Lardèr o Grotta come veniva chiamata questa villa della Pieve di Bono, ha avuto una storia che si è sviluppata all’interno di tale comunità amministrativa e religiosa già dagli albori del nuovo millennio.

Come noto  a capo della Pieve stava il pievano, su investitura vescovile, che  era accanito difensore delle sue prerogative, come riscuotere le decime sui raccolti, il diritto di battezzare i neonati, di celebrare matrimoni e funerali. Inoltre, prima per tutte le funzioni liturgiche, poi solo  per  le feste più importanti del calendario, bisognava recarsi nella chiesa matrice di Santa Giustina, che per secoli è stata l’unica Chiesa ove si celebrava il culto divino sull’intero territorio da Roncone a Cologna.

Solo in un secondo momento le varie comunità, a cominciare dalle più lontane, ottennero un proprio curatore di anime, ma sempre dipendente dal pievano, al quale spettava di regola una percentuale sui cosiddetti diritti di stola, ossia sulle offerte in occasione di battesimi, matrimoni, funerali od altro, come pure la conservazione della facoltà di riscuotere le decime, pur riservandone una parte al mantenimento del suddetto sacerdote.

Anche Lardaro  un po’ alla volta riuscì ad ottenere qualche diritto, in primo luogo di  celebrare la S. Messa nella Chiesa locale e poi  di fare i funerali e seppellire i propri morti nel suo cimitero antistante la chiesa, senza doverli portare alla pieve. Verso la fine del Cinquecento gli obiti venivano fatti ancora nella Chiesa pievana ma, a Seicento inoltrato, come ad esempio nel 1682, sicuramente a Lardaro nel cimitero di S. Michele A., anche se il primo  registro dei morti inizia con il 1698.

Considerando che tutti gli abitanti delle varie ville dovevano contribuire a sostenere la Chiesa madre, era evidente che non potessero spendere più di tanto per analoghi luoghi di culto nelle proprie sedi. Questi pertanto, più che vere e proprie chiese, erano delle cappelle ove officiava un cappellano che doveva venire appositamente dalla pieve, in quanto risiedeva là come aiutante del pievano.

Il fatto che il sacro edificio qui a Lardaro fosse dedicato all’Arcangelo Michele, un santo caro alla nobiltà sia longobarda che carolingia, fa supporre che sia molto antico. Forse non sarà casuale che anche presso il tempietto di San Giovanni Battista, posto in fondo al paese, sia raffigurato, nella nicchia a sud,  il trionfo di San  Michele A. sulla bestia, ossia la lotta di un arcangelo armato  che trafigge con la sua lancia il diavolo. Proprio lì vicino sorgeva un palazzo dei conti Lodron, esistente ancora nel corso del Cinquecento, per cui è credibile un nesso tra le due presenze del Santo nel medesimo paese, considerando che bisogna recarsi fino a Darzo per trovare un’altra chiesa dedicata allo stesso patrono.

San Michele A. è venerato liturgicamente dalla Chiesa il 29 settembre. La Sacra Scrittura lo chiama “uno dei primi principi” (Dn 10,13) e ne fa il condottiero delle milizie celesti nella battaglia contro le forze dell’Inferno (Ap 12,7); per tali  caratteristiche si spiega la predilezione della nobiltà per questo Santo. Stabilita l’esistenza di una cappella dedicata a San Michele Arcangelo già nel Medioevo, probabilmente nel XII secolo, questa risulta ampliata nei primi anni del Cinquecento, quando assume le caratteristiche di una vera Chiesa, dotata oltre che di un altare maggiore, di due altari laterali. Si trova citato tale edificio nel 1500 e nel 1529, in riferimento all’acquisto della campana di “S. Michael di Lardaro”; nel 1530 fu riconsacrato.

Il 1° settembre 1606 la Chiesa di San Michele A. diventò curazia dipendente nell’ambito della stessa Pieve di S. Giustina. Da allora in poi esistette sempre come stazione di cura d’anime. Probabilmente il primo curato fu Don Apollonio Grotti, figlio di Battista, in base alla considerazione che lo era nel 1610. Ritroviamo lo stesso negli anni successivi fino al 1645, ma nel 1650 viene citato come defunto.

Sappiamo che in quel periodo (1630) in chiesa vi era già l’altare di S. Rocco, la cui festa a Lardaro era più antica, come quello della Madonna del SS. Rosario, di cui vi era già la confraternita, approvata nel 1615, con il suo altare. Ricordiamo che il culto per il taumaturgo nato a Montpellier all’incirca nel 1350, la cui esistenza fu tutta al servizio degli appestati, si diffuse sicuramente a partire dal sec. XV. Nei confronti di questa figura si nutriva un’ autentica devozione anche perché, in occasione di varie epidemie, la comunità di Lardaro poté sperimentare l’efficacia della sua intercessione.

Fu probabilmente in seguito alla peste del 1630 che l’altare di S. Rocco venne provvisto della splendida pala restaurata nel 1991, raffigurante i Santi Rocco e Borromeo, entrambi protettori contro le epidemie, specialmente le pestilenze, nonché la Madre Celeste in gloria, ai quali si fa riferimento in un documento del 1630.

San Carlo Borromeo, nipote di Papa Pio IV, nato a Arona nel 1538, fu vescovo e cardinale diacono a soli ventidue anni, ebbe diversi incarichi curiali, fu protagonista di primordine durante le sessioni del Concilio di Trento. Pastore zelante a Milano per 24 anni, fu prodigo persino della sua vita, come in occasione della peste del 1576-77, detta appunto di San Carlo, durante la quale si distinse per l’aiuto ai malati.

Il 24 novembre 1636 fu concesso alla Chiesa di Lardaro dal pievano Don Domenico Baldrachi il SS. Sacramento, mentre era curato Don Apollonio Grotti. Questo sacerdote era un uomo capace e intraprendente, che compare in molti atti di interesse locale tra il 1610 e il 1645. In detto periodo non si trovano nominativi di altri preti qui operanti. Questa precisazione serve a sfatare la presunta esistenza di un “… praesbiter dominus Antonius Grotti de Lardario pro tempore capellanus dicti loci” che comparirebbe in un documento dd. 2 luglio 1626 ora scomparso, ma riportato nel Regesto cronologico delle pergamene dell’Archivio comunale di Lardaro dal Dr. Silvestro Valenti. Questo studioso probabilmente lesse “Antonio” al posto di “ Apollonio”.  In effetti tale curato Antonio non compare nel vecchio elenco dei “curator d’anime” di questo paese, redatto da Don Luigi Baldrachi e nell’aggiornamento qui curato non è stato inserito per detta motivazione.

Il 26 aprile 1664 la curazia ebbe la licenza di tenere il Sacro Fonte, lo stesso tuttora esistente nell’angolo di sinistra entrando, sormontato dalla statua di S. Giovanni Battista, dal parroco Don Domenico Giovanni Rizzonelli, nativo di Roncone, mentre era curato locale Don Tommaso Chiodarolo (1658-1697). 

 Fu lui a dare inizio al primo registro del battezzati (vol. n°1 dal 1665 al 1788) e dei matrimoni (1658-1820). Nel 1851 il falegname Martino Castellini fece una nuova coperta in legno di noce al battistero. Sempre in fondo alla Chiesa c’è la bella pila marmorea dell’acqua santa  riportante la data “1702”, che rispetto ad una prima collocazione, è stata spostata avanti.

Dal 1709 al 1759 fu curato  Don  Francesco Guariento Grotti di Lardaro e proprio  durante la permanenza di questo Sacerdote e probabilmente per sua iniziativa, la Chiesa vecchia fu rifatta e ampliata in stile detto “Bianchi”, peculiare del tardo barocco (lunga metri 28 e larga metri 9, con capienza di 250-300 persone) col denaro e col concorso del popolo, da maestranze comasche tra il 1738 e il 1742.

“L’anno 1738 si scavò presso il campanile recuperando sassi in quantità con animo di rifare la chiesa vecchia. L’anno 1739 il 20 maggio si gettò la prima pietra del coro e a S. Michele fu fatta "tutta la muraglia et anco il coperto del coro”.  Da queste e altre citazioni si potrebbe dedurre che l’abside fu costruita all’esterno della vecchia chiesa e che i sassi furono scavati sul retro della stessa verso il campanile, il quale prima doveva risultare ancora più distante. La posizione delle pietre tombali anteriori al rifacimento fa supporre che la direzione della vecchia chiesa sia stata orientata   a nord- sud, dato che è difficile pensare che dei sacerdoti nativi del paese, e ve ne erano diversi in quel periodo, avessero consentito di mettere mano alle tombe dei confratelli sepolti in Chiesa, anche di recente, come Don Andrea Martinelli nel 1724.

Ai due vecchi altari ne vennero aggiunti due nuovi: uno denominato “di S. Antonio da Padova e di S. Giovanni Nepomuceno”, martire boemo del 1300, con relativa pala su muro ove è rappresentato Cristo in gloria con i due Santi, altare che veniva anche citato singolarmente con l’appellativo di uno dei due, l’altro “della B.V. della Pietà”, come testimoniato da Sacerdoti locali coevi alla costruzione degli stessi.

Da 40 anni o poco più nella nicchia del medesimo altare è situata la statua di S. Giuseppe (in precedenza sopra una mensola nell’angolo destro dello stesso) prima vi era il simulacro della Madonna del Carmine che indossava delle vesti di seta. Un vetro su telaio in legno copriva la nicchia. In tempi recenti detto altare è stato chiamato anche di S. Anna, ma si suppone senza fondamento, perché non ci sono altri riscontri. 

Sulle lesene laterali compaiono le immagini di S. Lucia e di S. Apollonia. Nell’ovale in alto c’è una scritta latina che significa “Chi potrà far sì che mi sia dato ciò che chiedo e Dio mi conceda ciò che desidero?” (Giobbe, 6).

Sulle lesene laterali del primo altare a destra sono raffigurate invece le immagini di S. Antonio Abate e di S. Caterina. A sinistra, nell’angolo su una mensola, vi era una statua di S. Antonio da Padova, poi collocata nella nicchia posta sopra il pulpito. Nell’ovale in alto c’è un’invocazione latina che significa “O nostro protettore rivolgiti a noi e fissa lo sguardo nel volto del tuo Cristo” (Salmo 63, versetto 9).

Nella nicchia sopra la porta laterale (la “porta dei omei”) vi è un Crocifisso, ai cui piedi vi erano due angeli. Sul basamento è riportata la scritta “Noi predichiamo Cristo crocifisso” (I Lettera ai Corinti, I, 23).

La Chiesa venne consacrata il 14 agosto 1746. Presenta un agile portale barocco, restaurato o rifatto in parte dopo la Grande Guerra ed è affiancata dal campanile a torre in stile lombardo, tipico della Valle del Chiese; il manto di copertura è in coppi di cotto.

E’ probabile che il pavimento in origine fosse di terra battuta come è tuttora sotto i banchi e che solo nei primi anni del Novecento siano state messe le piastrelle, costituite da lastre di cemento verniciate; quelle rotte sono state sostituite nel 2012, in occasione del restauro.

Sul presbiterio erano state messe piastre di marmo, ma nella zona retro-altare erano posizionate delle mattonelle di cotto, come si può vedere anche oggi. L’accesso era transennato da una pregiata balaustrata antica in legno, scolpita con figure di bella fattura, di cui si ignora l’autore.

La Chiesa, poco dopo l’ampliamento, fu decorata e ornata di pitture sulla volta e sugli altari, rappresentanti la storia della salvezza, una Bibbia per i poveri onde anche gli analfabeti potessero apprendere visivamente i cardini della Religione cattolica attraverso le  raffigurazioni sacre: la Pentecoste (discesa dello Spirito Santo su Maria e gli Apostoli congregati nel Cenacolo - sopra la cantoria), gli Angeli musicanti, la Natività (adorazione dei pastori), S. Michele A. (sulla volta della navata), l’Annunciazione (Maria e l’angelo Gabriele), la S. Trinità, la Crocifissione (l’Addolorata e Giovanni Evangelista) e la Resurrezione.

Dietro l’altare maggiore, sulla parete di fondo dell’abside, è posta la pala con raffigurato il trionfo di San Michele Arcangelo che schiaccia il demonio, S. Giovanni Battista a lato e la Madonna in gloria che li sovrasta entrambi. Nell’ovale in alto c’è una scritta latina che recita: “Torre di fortezza dedicata al principe della milizia celeste”. Affiancano detto affresco le raffigurazioni dei Santi Vigilio e Martino.

Dal 1812 al 1845 fu curato Don Francesco Bella di Lardaro. All’iniziativa e guida di quest’ultimo si deve la Festa delle Sante Reliquie (Santi Martiri) ricorrente il 12 maggio, voluta dal popolo per voto in ringraziamento della liberazione dall’epidemia di tifo petecchiale del 1814-1815 e riconfermata nel 1836 a motivo del colera. Tale festa ora viene ricordata solo dagli anziani. Al mattino si celebrava la S. Messa solenne e nel pomeriggio si faceva la processione attorno al paese, portando le Sante Reliquie che si conservavano in questa Chiesa, esposte in apposito trono portatile (Santi Pietro e Paolo, S. Agata, S. Rocco, S. Lucia, S. Antonio abate, S. Antonio da Padova, S. Francesco d’Assisi, S. Luigi Gonzaga, S. Amedeo e la reliquia della S. Croce che si porta tuttora nella processione della Madonna del Rosario).

Don Francesco inaugurò anche il nuovo cimitero a Presopio, dopo l’abbandono di quello davanti alla Chiesa nel 1824.

Tra le feste particolari che la comunità aveva voluto solennizzare in perpetuo nel corso dei secoli, ricordiamo quelle istituite in occasione della peste del 1630, motivate dal sentimento di sgomento e impotenza che dominava la popolazione: S. Rocco al 16 agosto, tre feste della Madre di Dio, cioè la Visitazione di  M.V. al 2 luglio, la festa della Neve, ossia S. Maria della Neve al 5 agosto e la Concezione all’8 dicembre, nonché la festa di S. Carlo Borromeo al 4 novembre e della Santa Croce al 14 settembre.

Ab immemorabili si celebrava pure con solennità la Festa del S. Rosario, durante la quale si portava in processione il Simulacro di Maria SS. venerato sotto quel titolo e quella di San Michele Arcangelo. Queste ultime, come pure la Festa dei Santi Martiri, erano le celebrazioni maggiormente sentite e solennizzate dalla partecipazione di numeroso clero.  

Molte di queste ricorrenze caddero in oblio, solo alcune rimasero costanti nei secoli, ma vennero via via trascurate a partire dalla prima metà del Novecento, in ordine temporale  S. Rocco, San Michele Arcangelo e i Santi Martiri. Unica, tra tante, si è conservata fino ad oggi la Madonna del Rosario, compatrona.

Dal 1846 al 1852 fu curator d’anime Don Luigi Baldrachi della Pieve di Bono, il quale a decoro della Chiesa propose e realizzò l’impresa di un nuovo organo, acquistato dalla Ditta Giuseppe Alchisio fu Antonio di Lezza, distretto di Erba (Como) e della relativa cantoria (1850).

Questa fu tinteggiata e fregiata al soffitto dal pittore Carlo Trivela di Creto, che nell’occasione aveva pitturato anche la parete di legno al suo ingresso e l’armadio opposto, nonché l’altare della Madonna del Rosario (1851). Probabilmente aveva affrescato anche i quindici misteri mariani che fanno da contorno alla nicchia. In quella circostanza venne qui ubicato un nuovo simulacro di Maria SS. del Rosario, acconciato con un abito - manto di seta a ricamo d’oro. Nell’esecuzione di queste due opere “…concorsero con generose offerte i buoni curaziani di Lardaro tutti e ciascuno secondo le proprie forze,…”. La statua attuale della Madonna risale però al 1904.

Dall’8 marzo1852 al 1868 la comunità fu affidata a Don Stefano Belli di Condino, che il 13 luglio 1868 lasciò Lardaro per trasferirsi a Fontanedo, ove morì il 22 dicembre 1872. Durante la sua permanenza in paese, nel 1862, venne eretta la Confraternita del Santissimo Sacramento, maschile e femminile, aggregata a quella della Parrocchiale di Bono in Creto. In base allo statuto ai Confratelli era riservato il diritto di portare in processione in tutto il paese le Reliquie dei Santi Martiri e la Madonna del Rosario, uno dei due Crocifissi (l’altro era affidato alle Consorelle), le torce (4), il baldacchino (fino al 1922 quello antico e prezioso poi rubato in quell’anno e successivamente quello acquistato per sostituirlo), i fanalieri (lanterne in numero di 4) e i gonfaloni (4). Per inciso ricordo che anche in precedenza esistevano delle confraternite, infatti risulta dai documenti che nel 1630 ci fu, ad esempio, un lascito alla confraternita del SS. Rosario, nel 1760 alla confraternita di S. Rocco, nel 1762 alla confraternita del SS. Nome di Gesù.

Dal 1889 al 1894 fu curato Don Giovanni Contrini di Tavodo (Banale), che ottenne la dichiarazione di curazia indipendente e vendette la vecchia Via Crucis (1891). Tale Sacerdote morì di polmonite poco dopo, il 4 febbraio, in canonica, ancora giovane e venne sepolto poi a Tavodo, suo paese natale, dove ancora adesso si può vedere la tomba con la sua foto.

Successivamente, per interessamento del curato Don Luigi Gamba di Magasa (1898-1912), con decreto curiale n.° 2761 Benef., dd. 28 settembre 1912, firmato dal Vescovo Celestino Endrici e confermato dall’I.R. Luogotenenza d’Innsbruck in data 27 gennaio 1913 con nota N.° IV.375/4, si conferì il titolo di parrocchia alla curazia indipendente di Lardaro e il titolo di Parroco al curator d’anime. Così, in attuazione del citato decreto, l’ultimo curato, Don Decimosecondo Ricca di Godenzo (1912-1931), venne nominato parroco in data 11 febbraio 1913. Detto Sacerdote prese solenne possesso della neoeretta parrocchia il giorno 6 aprile 1913, alla presenza dei testimoni pregati, Barone Ermanno Handel Mazzetti e Achille Grotti, Capocomune, del delegato vescovile M.R. Don Donato Perli, parroco-decano di Tione, dell’attuario Sac.Vigilio Vidi, parroco di Roncone, e “di gran concorso di popolo”. I capifamiglia, che avevano l’uso di scegliere il curator d’anime, con conchiuso del 25 agosto 1912 rinunciarono in perpetuo a tale loro diritto in favore del Vescovo pro tempore di Trento, condizione questa indispensabile per elevare la curazia a parrocchia.

Precedentemente Don Luigi Gamba si era interessato, tra l’altro, per la sistemazione delle mura di cinta del cimitero, per l’erezione della nuova cappella e per l’acquisto della statua della Madonna del S. Rosario, tuttora presente. Ciò si evince dalla richiesta al R. Ordinariato in data 14 settembre 1904 di ottenere la facoltà di benedire il nuovo simulacro della Madonna del Rosario.

A Don Decimosecondo Ricca si deve il restauro della Chiesa, ritoccata anche nelle pitture, dopo i danni provocati dalla Grande Guerra e la sopraelevazione della sacrestia per eliminare l’umidità che danneggiava assai la struttura, come pure i paramenti sacri in essa collocati. La Chiesa restaurata fu inaugurata nell’ottobre 1920.

La figura di questo Sacerdote va però ricordata soprattutto per l’acquisto del nuovo e grandioso organo della ditta Vincenzo Mascioni di Cuvio (Varese), dotato di dodici registri reali su due tastiere di 58 tasti e pedaliera di 27, collaudato il 28 luglio 1929 e venuto a costare, tra annessi e connessi, circa 45.000 lire, di cui 21.600 pagate dal R. Governo per indennizzo dei danni di guerra.

Don Ricca credeva di poter sostenere l’onere rimanente a mezzo di colletta, però, a causa della mancata parola di diversi che avevano promesso, l’obiettivo non fu raggiunto; anche la forte crisi economica di quegli anni ebbe un ruolo in tal senso. Per evitare che il paese fosse umiliato e deriso vedendosi portar via l’organo, il buon Sacerdote decise, a 60 anni compiuti, di accollarsi il debito non solo dell’organo, ma anche delle campane, per un saldo ulteriore pari a ben 2.630 lire. Non si contano le migliaia di lire che Don Decimosecondo aveva già speso di tasca sua per orologio da campanile, bracciali luce, portale maggiore, altari, coro, banchi nuovi, pianete, argenteria, ostensorio, un nuovo Crocifisso, ecc… . Tutti questi oggetti erano stati danneggiati o rubati nel corso degli eventi bellici.

Per inciso ricordo che l’altro artistico ostensorio era stato donato alla Chiesa dall’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono di Vienna, durante le Grandi Manovre Austriache delle Giudicarie dell’agosto 1912.

Per onorare i debiti, Don Ricca progettò quindi di recarsi per un periodo di tre anni in Argentina, Paese ove aveva già soggiornato per motivi familiari dall’aprile all’ottobre del 1922, periodo in cui era stato sostituito dal Padre cappuccino Benedetto Brunner. La trasferta gli aveva fruttato la bellezza di 8.000 lire in soli quattro mesi, guadagnate unicamente con la celebrazione delle SS. Messe. La speranza di ripetere la fruttuosa esperienza fu purtroppo delusa, forse perchè il Sacerdote non valutò a fondo che la crisi economica iniziata nel 1929 negli Stati Uniti con il crollo di Wall Street, sede della borsa di New York, era arrivata anche in Sud America. Tuttavia riuscì a pagare i creditori, anche se dovette impiegare più tempo del previsto, come fanno fede in merito le pregnanti richieste di denaro e le pressioni a diverse personalità ecclesiastiche fatte dai creditori, che si protrassero anche negli anni seguenti.

Il vicario e poi parroco Don Vigilio Rigotti da Ranzo (1953-1969) durante la sua permanenza fece rifare le finestre e il portone principale della Chiesa, installare le porte interne con intelaiatura in larice, nonché applicare all’organo un elettroventilatore speciale con motore trifase, onde suonarlo senza il bisogno del tiramantici (1957).

Per la prima volta nella Chiesa venne installato un impianto di riscaldamento munito di un generatore di aria calda con bruciatore a nafta (1967); in quell’occasione venne eliminato il “confessionale degli uomini” sotto il pulpito e chiuso l’accesso allo stesso.

Don Vigilio cercò pure di adeguare l’interno della Chiesa alle innovazioni liturgiche volute dal Concilio e tolse le balaustre, utilizzandole a sostegno della mensa del nuovo altare, nonché spostò la Madonna del Carmine dalla nicchia ove venne poi collocata la statua di San Giuseppe. Nella stessa circostanza furono tolti anche i quadri del S. Cuore di Gesù (forse quello acquistato nel 1911, quando il vecchio fu venduto al sacrestano Giovanni Martinelli) e di S. Luigi Gonzaga. Tali opere furono rimesse anni dopo ai primitivi posti, cioè rispettivamente sotto la pala di S. Rocco e sull’altare di Sant’Antonio, ove rimasero fino a qualche mese fa. Detti cambiamenti e altri non eseguiti furono sollecitati dal Vescovo Mons. Gottardi e suscitarono grande stupore e sconcerto, soprattutto  nelle persone anziane più affezionate alla Chiesa.

Il parroco Don Bruno Armanini da Storo (1972-1975) progettò e realizzò il restauro dell’interno della Chiesa, ossia la tinteggiatura di tutta la superficie e l’intervento conservativo  degli affreschi, in parte rovinati per infiltrazioni d’acqua dal tetto.

Padre Pietro Oliana S.J., parroco nativo di Roncone (1985-1988), fece applicare i telebattenti alle campane, impostando una serie di melodie.

Don Enzo Biasioni da Bosentino (1988- 1989), già parroco di Roncone e poi anche di Lardaro, portò a compimento il rifacimento del nuovo tetto della Chiesa.

Subentrato come parroco di Lardaro e Roncone Don Bruno Ambrosi da Pergine (1989- 1998), vennero elettrificate le campane integrando il precedente sistema di suono e fu rifatto l’impianto elettrico.

Venendo a fatti  più recenti, nell’ottobre 2011 ha fatto il nuovo ingresso Don Celestino Riz da Campitello di Fassa. L’attuale parroco, ottenuto il finanziamento provinciale richiesto anni addietro dal suo predecessore Don Igor Michelini da Borgo Valsugana, ha espletato le pratiche per l’appalto e successivamente ha realizzato il restauro conservativo della pavimentazione interna della Chiesa e degli altari.

La lunga storia del sacro edificio di Lardaro si intreccia nel tempo con antiche pratiche devozionali, testimoniando l’attaccamento della nostra comunità ad una fede semplice e genuina, manifestata anche attraverso la cura degli addobbi e la ricerca di preziosità che vivificassero la Casa di Dio. Tra queste mura la nostra gente accorse in preghiera allorquando, in balia di temibili epidemie e affranta dal terrore della morte, affidò il suo destino all’intercessione dei protettori qui venerati.

Nella consapevolezza che la nostra esistenza si deve al fatto che le suppliche dei progenitori furono ascoltate, concludo che sia dovere di ognuno ricordare le festività istituite come impegno perpetuo, in ringraziamento per la salvezza ricevuta.

Con altrettanta convinzione faccio osservare che molti, religiosi e laici, si prodigarono nel corso dei secoli affinché la Chiesa di San Michele Arcangelo, unico monumento del nostro piccolo paese, fosse degnamente conservata e costantemente migliorata. Affidiamo quindi alle generazioni future il compito di perseverare nell’affezione a questo sacro luogo tra le cui mura si avvicendano i momenti più significativi della nostre esperienze personali e comunitarie.

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N. 23

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Pasqua 2020