BREGUZZO - PARROCCHIA DI S. ANDREA APOSTOLO

Titolarità: CHIESA DI SANT’ANDREA APOSTOLO

 

 

Autore: Ing. Arch. Leopoldo Claricini di Trieste

Epoca: lavori terminati 31 luglio 1863

 

(sintesi di testi vari, con integrazione della scheda di rilevazione di Rossella Peretti)

Descrizione e caratteristiche

L’ispirazione per la costruzione di questa chiesa è stata tratta dallo stile romanico - lombardo. Interessante il commento del curato: "Graziosamente maestoso e maestosamente semplice". Per la costruzione vennero usati granito locale, calce e parte del materiale ricavato dall'abbattimento del vecchio campanile. Anche le campane provengono da lì.

Particolarità della facciata sono: il portone, il rosone e le due statue. La porta principale, che conclude l'ingresso a strombo, e il rosone, racchiuso in una cornice probabilmente di stucco composta da archetti pensili, erano stati predisposti per l'antica chiesa di Piedicastello presso Trento e furono acquistati a buone condizioni. Le due grandi statue poste ai lati della sommità della facciata rappresentano Pietro e Paolo, sono in pietra bianca del comasco, opera dello scultore Argenti. La chiesa è decorata perimetralmente da archetti pensili.

Entriamo. Il pavimento è in pietra rossa di Lasino. Un affresco allegorico moderno occupa l'intera parete di fondo. Proseguendo troviamo sul lato sinistro una nicchia con la statua di S. Andrea ai suoi lati due quadri, di fronte, alla stessa altezza, altra nicchia con statua di S. Nicolò. Sotto le nicchie i due confessionali. Di seguito i due ingressi laterali sormontati da altrettante balconate di marmo. Il pulpito di destra presenta la particolarità della mano con Crocifisso, che ha semplice funzione di supporto della croce.

I due altari laterali sono dedicati a San Luigi e alla Madonna del Rosario dei quali ospitano le relative statue.

L'altare maggiore è privilegiato in perpetuo come da Bolla di Papa Pio IX del 30 agosto 1867. Rilevante l'uso del marmo: l'altare maggiore è opera degli scultori (a seconda delle fonti) Giuseppe o Antonio Galletti di Bergamo e Fortunato Novi di Lanzo, i due gruppi di serafini e le statuette del tabernacolo sono dello scultore milanese Carlo Romano.

Tra i tipi di maroso utilizzati ricordiamo: il bianco e il bradiglio fiorito di Carrara,  il bianco ed il nero di Varenna, il bianco di Mezzate, il misto di Francia, il giallo di Siena, il brembana verde, il Brentonico ed il Serravezza. Ai lati del presbiterio due affreschi rappresentanti: il sacrificio dell'Antico Testamento durante il quale Melchisades offre a Dio pane e vino (a destra), Gesù con i discepoli di Emmaus (a sinistra). Di quest' ultimo è rappresentata la scena culminante quando,  attraverso lo spezzare del pane, i discepoli riconoscono nell'uomo di fronte a loro Gesù, notevole la gestualità e gli sguardi dei personaggi.

In un interno, una grande tavola, ai lati i due discepoli, dietro Gesù Cristo; dalle finestre si intravvede un paesaggio. I banchi del presbiterio sono di Roccataglia di Soncino (come quelli di Bagoli e Preore), più interessanti sono invece i banchi del coro nell'abside, provenienti dall'antica chiesa opera di intagliatori locali (con lesene ed intarsi), si ritengono del XVII secolo. La pala dell'altare maggiore è un dipinto ad olio su tela di scuola veneta del XVIII' secolo che raffigura la Vergine con il Bimbo in gloria, in basso Sant'Andrea e San Vigilo, è attribuita a Palma il Giovane.

A destra della pala è affrescata la Crocifissione di Sant'Andrea che si può dedurre dalla forma della croce mentre l'affresco a sinistra rappresenta un momento della predicazione del Santo. Sopra, vetrate a colori i cui disegni sono opera di Albrecht Martino di Trento e la realizzazione di una ditta austriaca. La volta presbiterale riporta le figure degli Evangelisti con i relativi simboli (aquila, toro, leone e angelo). Al centro la Colomba simbolo dello Spirito Santo.

La Via Crucis acquistata nel 1897 è stata inserita nelle cornici seicentesche lignee dorate, restaurate, della vecchia chiesa. Anche il battistero restaurato proviene dalla suddetta.

 

Brevi notizie storiche

Si sentì l’esigenza di una chiesa più grande e più vicina al paese.  Il contratto venne redatto il 14 aprile 1861: i lavori furono assegnati all'impresa di Predazzo di Francesco Giacomelli.

Nell'incavo di una pietra posta a fondamento della costruzione venne inserito un contenitore di vetro nel quale furono racchiusi una pergamena ricordo, una medaglia del pontificato di Papa Pio IX coniata nel 1849 ed una moneta dell'impero con evidente richiamo al precetto evangelico "date a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio".

La chiesa fu benedetta, non ancora terminati i lavori, il giorno 30 novembre 1862.

Consacrata il 7 settembre 1867 dal vescovo Riccabona.

Restauri: 1940 - 1945 - 1982 - 1983.

In un documento del 1912 si trovano notizie di un'antica chiesa eretta nel 1350 dedicata a Sant'Urbano,  della quale il  sig.  Guido Boni  trovò i resti delle fondamenta nei pressi della centrale La Rocca.

 

...ancora più indietro nel tempo

Le origini di Breguzzo, sulla base dei ritrovamenti archeologici effettuati, si collocano tra l'età del bronzo quella dei ferro. Per quanto concerne il nome si sono formulale due tesi: una basata sul prefisso “brig-” di origine celtica (che trova riscontro nel germanico "berg-” con il significato di monte e l'altra sul prefisso "burg" di derivazione longobarda, con il significato di villaggio (fortificato).

Per circa quattro secoli, dal X al XIII, le vicende storiche di Breguzzo si sono differenziate da quelle dei contesto giudicariese avendo fatto parte di un territorio immunitario, sotto la signoria dei Canonici del Duomo di Verona, per entrare a far parte del Principato Vescovile di Trento solo successivamente.

La più antica chiesa di Breguzzo, dedicata a S. Urbano papa, le cui vestigia sono state ritrovate ad inizio 19° secolo lungo l'antica strada romana tuttora denominata "senter dela semeda" si può far risalire intorno all’anno 1000. Era punto di sosta e di preghiera per i viandanti ed i pellegrini che, per via della Rendena, scendevano verso la pianura padana.

Invece la vecchia chiesa dedicata a S. Andrea, patrono del paese, posta in fregio alla strada statale vicino al cimitero, è documentata dal 1242 quando sotto il suo porticato si riunivano i vicini in pubblica regola. Subì molti rifacimenti nel corso del tempo. Fu abbandonata nel 1862, quando venne benedetta dal Decano di Tione - don Ignazio Carli - la nuova chiesa, sempre dedicala a S. Andrea, più vicina al paese. Nel 1982 - 1983, fu oggetto completo restauro che l'ha riportata all'antico splendore delle sue linee di ispirazione romanica, dei suoi marmi, dei suoi legni e dei suoi affreschi.

A Breguzzo esistono diversi capitelli, alcuni già meta di processioni anche rogazionali come quello, antico, all'inizio della Val di Breguzzo, e quelli di Coré, verso Tione di S. Antonio, della Madonna delle Grazie e delle SS. Anime purganti.

Le antiche chiese erano delle semplici cappelle, dove officiavano sacerdoti mandati dalla chiesa madre di Tione. Risale al 28 ottobre 1590 l'erezione di una curazia unica, denominata di Bondo e Breguzzo, che venne scissa in due curazie il 31 marzo 1667, in concomitanza con la divisione della antica comunità di Bondo e Breguzzo in due comunità distinte.

Nel 1708 la chiesa di Breguzzo ebbe la concessione del fonte battesimale e nel 1895 ottenne una parziale indipendenza con il conferimento al curato di alcune facoltà, come quella di celebrare i matrimoni. L’erezione a parrocchia avvenne subito dopo la prima guerra mondiale, nei 1919.

Il restauro delle campane

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La testimonianza circa il nome di “battesimo” delle campane e di “chi le ha tenute” (madrina o padrino) è stata raccolta da don Celestino Riz nel ottobre 2013 per bocca di Pasquina Ferrari (nata 1935) la quale riferisce quanto sentito da Cinto Monfredini (nato nel 1912).

Le scritte riportate sono state tradotte da don Vinicio Mussi.

1 - la Prima campana.JPG

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La prima campana:

Diametro 1200 mm – peso 970 kg – nota MI b

Chiamata “CAMPANÒ” porta il nome di MADDALENA e fu tenuta a battesimo da Berto Gepe Bonazza

Poiché è stata rifusa (dopo aver fatto uno stampo originale) riporta la data del 1967

 

scritte nella parte superiore:

LAUDATE DOMINUM DE CAELIS, LAUDATE EUM IN EXCELSIS

Lodate il Signore dai cieli, lodatelo nell’alto (dei cieli) [Salmo 148,1]

scritte nella parte inferiore:

ME FREGIT FUROR HOSTIS AT HOSTIS AB AERE REVIXI ITALIAM CLARA VOCE DEUMQUE CANENS.

Il furore del nemico mi infranse, ma sono rinata dal bronzo del nemico celebrando con un splendido suono l’Italia e Dio.

FONDERIA FILIPPI – CHIARI BRESCIA - A.D. 1967

2 - la Seconda campana.JPG

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La seconda campana:

Diametro 1070 mm – peso 680 kg – nota FA

Porta il nome di MARIA MADDALENA e fu tenuta a battesimo dalla maestra Berra Bonazza

scritte nella parte superiore:

ME FREGIT FUROR HOSTIS AT HOSTIS AB AERE REVIXI ITALIAM CLARA VOCE DEUMQUE CANENS.

Il furore del nemico mi infranse, ma sono rinata dal bronzo del nemico celebrando con un splendido suono l’Italia e Dio.

scritte nella parte inferiore:

LAUDO DEUM VOCO POPULUM DEFUNCTOS PLORO FESTAQUE DECORO

Lodo Dio, chiamo il popolo, piango i defunti e decoro le feste

LUIGI COLBACCHINI E FIGLI - TRENTO - A.D. MCMXXI/MCMXLIX

3 - la Terza campana.jpg

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La terza campana:

Diametro  960 mm – peso 485 kg – nota SOL

Porta il nome di OLGA e fu tenuta a battesimo da Fulgido dalla maestra Berra (Bonazza)

MARIO COLBACCHINI - TRENTO - A.D. MCMXLIX

4 - la Quarta campana.jpg

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La quarta campana:

Diametro 900 mm – peso 410 kg – nota LA b

Porta il nome di AMALIA e fu tenuta a battesimo da Gianbattista Feracì Monfredini

RESONET TANDEM POST ACERBUM BELLUM VOX TUA IN LETITIA PACIS

Finalmente, dopo un’amara guerra, la tua voce risuona nella gioia della pace

ANTICA PREMIATA FONDERIA VESCOVILE   LUIGI CAVADINI E FIGLIO - VERONA - A.D. 1938 

5 - La Quinta campana.JPG

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La quinta campana:

Diametro 780 mm – peso 295 kg – nota SI b

Non si ricorda il nome ma fu tenuta a battesimo da Fermo Cot Bonazza

SUB TUUM PRAESIDIUM CONFUGIMUS SANCTA DEI GENETRIS[X]

Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio Santa Madre di Dio

LUIGI COLBACCHINI E FIGLI - A.D. MCMXXI

Un interessante opuscolo sulla Chiesa Parrocchiale di Breguzzo (cliccare sull'immagine)

1 - Copertina_2.jpg

Le due tele di Joseph Heintz Il Giovane (Augusta 1600 ca. - Venezia, 1678)

La storia di queste tele è piuttosto complessa. Il committente di esse va individuato, come indica lo stemma, in Antonio Del Pesce di Condino, il quale verso la metà del '660 si era stabilito a Venezia... (leggi la pubblicazione 'La Pieve di Tione' Ed. Parrocchia di Tione, 1997)

Adolfo Mattielli - affrescatore del Giudizio Universale delle Chiesa di Breguzzo (da un articolo per Judicaria nr. 82)

Il 30 novembre 2012, in occasione della festa del Patrono, Sant'Andrea apostolo, come ormai da tradizione il Gruppo Culturale Bondo Breguzzo offre ai compaesani un momento di convivialità e di riflessione culturale sui tesori di arte e di storia presenti nel territorio.

Nel 2012 è stata proposta una interessante illustrazione dell'affresco collocato nella contro facciata della Chiesa parrocchiale, il “Giudizio Universale” di Adolfo Mattielli, tenuta dalla dottoressa Valentina Menini, diplomata all'Accademia di Belle Arti proprio con una tesi sul pittore soavese.

Specializzata in postimpressionismo e in Arte Terapia, direttrice artistica di una società di comunicazione – la Damaline Communication Srl – la Menini ha partecipato e presieduto numerose conferenze sul Mattielli essendone in Italia la maggiore conoscitrice.

Ecco di seguito alcuni stralci della trattazione, che la dottoressa Menini ha acconsentito fosse resa pubblica attraverso la rivista Judicaria.

ADOLFO MATTIELLI – AFFRESCATORE DEL GIUDIZIO UNIVERSALE DELLA CHIESA DI BREGUZZO - di Valentina Menini

Ho l’opportunità di questa retrospettiva, come occasione per raccontare vita ed opere di Adolfo Mattielli e così poterlo nuovamente condividere, questo artista virtuoso solitario e sensibile. Ricordare per non dimenticare mai quanto sia stato importante il suo passaggio, di quanto sia rilevante e di pregio la presenza di Mattielli, oggi così come allora, nella Chiesa di Sant'Andrea; ricordare per non dimenticare mai questo segno tangibile di indiscutibile valore e di prestigio che l’artistica soavese ha lasciato a Breguzzo, perché nessuno poi, di più autorevole c’è stato nel mondo dell’arte, e questo valeva in passato e vale doppio proprio ora, intaccato dallo scorrere di tempi e di mode, nel nostro presente.

Nel periodo storico artistico attuale, dove oramai non si considerano più i grandi del passato, poiché siamo tesi e proiettati a vivere unicamente nel nostro veloce e repentino attuale; dove tutto ha raggiunto il culmine della rappresentazione e si è sfiorato se non superato il limite; dove ci si scopre privi di valori e ci si addormenta sul ‘già fatto’, ed il nuovo, il presente, non è più nuovo, ma precocemente già vecchio, sembra anacronistico ritornare ad occuparsi, oggi, di Adolfo Mattielli. Tuttavia, a 130 anni dalla sua nascita, è giusto, quasi doveroso, ricordare un artista così grande ed importante a livello nazionale ed internazionale, forse l’ultimo vero affrescante del suo tempo e di oggi, e di certo l’unico che abbia saputo raccontare grazie alla sua straordinaria abilità pittorica, tematiche sacre e ‘profane’.

La pittura di Adolfo Mattielli è solida, spiritualmente perpetua, rivolge intelletto ed abilità ad un’espressione non solo pensata, ma soprattutto sentita, metabolizzata e ben ragionata. Egli è un artista veneto, soprattutto nel colore: egli si sente vicino allo spirito di quegli ‘antichi’ veneziani indiscutibilmente nobili nella loro profondità coloristica, convincenti e ‘senza trucchi’, e nelle cui opere colore e luce si fondono suggellandosi in un matrimonio di profonde armonie.

Prendendo spunto dai suoi innumerevoli personaggi, il Mattielli ha sempre cercato di raggiungere ‘livelli di sorprendente raffinatezza esecutiva’: la rigidità compositiva del grande Mantenga, le dolcezze raffaellesche. Suoi punti di partenza sono stati Leonardo, Michelangelo, Giorgione e Tiziano… Egli è rimasto perciò ancorato all'arte tramandata dei quattrocentisti e cinquecentisti. Tuttavia, il Mattielli ha vissuto con le avanguardie del primo Novecento e per le stesse non ha sentito particolari inclinazioni; è un artista che non si è mai piegato ai compromessi con le ubriacature artistiche che si sono avvicendate, una dopo l’altra, nel suo tempo. Lo scopo di tutta la pittura di Mattielli è sempre stata quella di interpretare ciò che la natura gli si presentava davanti attraverso l’interpretazione, non la riproduzione verosimigliante.

Ricordo la prima volta che ho visto un quadro del Mattielli. Ero una ragazzina al terzo anno della scuola media: disegnare e scrivere, musica e sogni, i miei credo. Durante la lezione di educazione artistica, una mia compagna, con le tempere, riproduceva il dipinto I Pulcini. Soggetto: su un prato verde e rigoglioso, una madre con il braccio la sua bambina e sulla manina aperta di quest’ultima, un pulcino. Sullo sfondo dolci colli e montagne rosate stagliate su un placido cielo azzurrissimo solcato appena dalle nuvole. Non si tratta del quadro più rappresentativo del Mattielli, ma riassume qualità di stile e punti di forza che si riscontrano nella sua pittura: grazia e dolcezza, tenera espressività, conoscenza e sensibilità del colore, perizia tecnica ed un ottimo segno… nonché una particolare attitudine per il ritratto e la copia dal vero. Si rimane sbigottiti dinnanzi all'abilità dell’artista soavese come ritrattista; con l’intelligente ed accorta osservazione verso il soggetto, il Mattielli ottiene sulla tela eccezionali somiglianze con l’originale. Quest’attitudine per il ritratto e la copia dal vero, insieme alla minuziosa conoscenza dell’anatomia, gli hanno permesso di dar vita a volti e a corpi nei suoi numerosissimi dipinti, e naturalmente, quegli stessi volti sono diventati poi i volti di quei putti e di quegli angeli sulle volte delle chiese che l’artista ha dipinto.

In tutto il suo percorso di vita interamente dedicata all'arte, Mattielli descriverà temi sacri e temi classici della campagna, i rituali contadini insieme ad elementi umani di prim'ordine: la maternità, modestia, la fanciullezza, l’ingenuità e l’abnegazione al lavoro, rappresentata in Ritorno dai Campi, opera del 1917. Lo sfondo è quasi inesistente e la figura, al limite della stilizzazione, stacca su uno sfondo integro. Qui, nella schiettezza dei tratti, nella nudità del segno, anche se dolce, mai ruvido, si raccolgono la stanchezza, lo sfinimento, da entrambe le figure per trasmetterle a chi guarda; qui, gli elementi naturali ridotti sottolineano la spossatezza del contadino; qui la linea curva segue la stanchezza e la risolutezza dell’animale, una piena se non maggiore condivisione con il proprio padrone.

 

“La mia arte più che appartenere alla storia della pittura, ritengo debba appartenere a quella del sentimento…”, ripeteva Adolfo Mattielli. Ed infatti, il credo del Mattielli, il suo mondo, è un mondo spirituale, un universo dove vengono richiamati il bello, il limpido ed il buono in una corretta proporzione. Il suo operato artistico si potrebbe suddividere in due parti: nella prima parte opera il colore, si da il tempo per sperimentarlo il colore, anche attraverso la preparazione delle tinte; nella seconda parte sembra quasi che non ci sia il tempo, la tavolozza si prepara con i tubetti… ed il segno primeggia. I suoi protagonisti colti con ‘occhio impressionista’ nella loro veridicità quotidiana non sono mai assoluti, ma presentati in uno sfondo di natura rigogliosa, viva, vitale, con la quale non dimenticano mai di convivere con placida tranquillità. 

 

Perché la pittura di Adolfo Mattielli è una poesia.

 

Anche quando egli affrescherà gli oltre cento metri quadrati della contro facciata dell’imponente Giudizio Universale della Chiesa Parrocchiale di Breguzzo, negli Anni Quaranta, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, attraverso un tema così forte, si respira tutta la sua poesia. Nel 1946 gli abitanti di Breguzzo vollero ringraziare il Signore per la fine della guerra e commissionarono l’incarico al pittore soavese; egli dipinse le pareti che sin dall'anno della consacrazione della chiesa, nel 1867, erano rimaste spoglie: Davide, Mosè, San Gerolamo, Sant'Agostino, Isaia, Geremia, Sant'Ambrogio e San Gregorio sui tondi lungo la volta della navata centrale, la storia di Sant'Andrea sull'abside con l’Episodio di Emmaus, il Melchisedek, la Predicazione di Sant'Andrea ed il Martirio di Sant'Andrea e, sulla volta, i Quattro Evangelisti. Sulla parete di destra, sopra il battistero della chiesa, egli dedicò un trittico a San Giovanni il Battista.

Nel maestoso e solenne Giudizio Universale, originale per come appare allo spettatore non appena quest’ultimo volge lo sguardo oltre le sue spalle, si esplica il senso della vita, le nostre scelte e le nostre azioni che saranno le stesse con cui un giorno saremmo ineluttabilmente giudicati; le anime accolte dal Padre attraverso Gesù oppure condannate agli inferi. Nell'affrontare questo tema, il Mattielli riassume la sua poetica coloristica: calma, soave da una parte, una promessa di luce avvolgente e nitida per coloro che salgono al Padre, il vecchio e la madre con il bambino in primo piano condotti dagli angeli immacolati, a sinistra; e profonda, impetuosa, dall'altra, verso il fondo a destra, sul rosso di lampi e fiamme ed il grigio del fumo, circoscritta alla terribilmente ironica figura in basso a destra di un Belzebù impegnato a scegliere chi tra i dannati portarsi via per primo.

 

Oggi, proprio in occasione dei 130 anni dalla nascita di Adolfo Mattielli, è importante ricordare il passaggio di questo artista a Breguzzo. Il Giudizio Universale del Mattielli colpirà per forza e potenza, per segno e per colore, e per lo schema compositivo: il Cristo posto al centro di un cielo mattielliano immacolato, sovrano e giudice, ammorbidito dal dolce susseguirsi delle intatte nuvole; i colori accesi e le linee nette che invece, nella parte più vicina allo spettatore, sottolineano i sentimenti di tormento e disperazione di chi è perduto trovando punto di congiunzione nella figura in picchiata di Belzebù.

Questo è un dipinto che non può e non deve lasciare indifferenti. Questo è un dipinto che merita di essere visto, un’occasione per ammirare e condividere questo artista virtuoso solitario, profondo e sensibile.

Adolfo Mattielli: una vita intensa e laboriosa, interamente dedicata all'arte.

Nasce a Soave nel 1883.

Mattielli proviene da una modesta famiglia di mugnai e fin piccolissimo manifesta una spiccata vocazione per il disegno tanto che successivamente il maestro consiglia ai genitori di avviarlo agli studi d’arte. Il padre non è molto contento: con il fratello Attilio, Adolfo deve gestire il mulino.

Oggi si può dire che Adolfo abbia certo fatto bene a seguire la sua vena artistica.

Si concentra sulla pittura, mentre il fratello diventa intagliatore, scultore e corniciaio (tutte le cornici dei quadri del Mattielli furono per l’appunto lavorate e preparate dal fratello). Adolfo vuole approfondire le sue doti e nonostante gli stenti iniziali, la miseria e la povertà dei genitori, la sua vocazione trionfa.

Frequenta la Scuola d’Arte e Mestieri di Verona, e successivamente s’iscrive all'Accademia di Belle Arti ‘Cignaroli’; suo celebre maestro, l’allora direttore dell’Accademia, Mosè Bianchi.

Terminati gli studi, si sposta a Venezia per completare la sua formazione pittorica, ma la sua famiglia non è in grado di sostenere la spesa; i notabili del paese sì.

Il periodo veneziano è proficuo: è garzone di bottega, prepara i colori, lavora nei quadri…

Torna a Soave, e nell'imminenza della nascita di Umberto di Savoia, invia al re Vittorio Emanuele III un dipinto bene augurante; il re apprezza il gesto e gli invia ben 200 lire.
Nel 1907 partecipa alla Sua prima Biennale di Venezia. Vi parteciperà nuovamente, nel 1909 con un trittico dedicato all'ottobre soavese,  nel 1912 con Trastulli Infantili e La Stella di Natale, nel 1914, nel 1922 e nel 1924.
Il 1924 è l’anno in cui il Mattielli inizia a dedicarsi all'Arte Sacra, dipingendo in modo magistrale il Duomo di San Lorenzo ed il Santuario della Madonna della Bassanella, a Soave. Sopraggiungeranno molte altre commissioni, richiamato il Mattielli un po’ in tutta Italia.

La chiesa di Breganze (VI), la Chiesa di San Luca (VR), di Motta di Livenza (TV), di Cembra (TN), di Gemona (UD), di Comacchio (FE), di Grottaferrata (Roma)…  Tra il 1925 ed il 1960, Adolfo Mattielli affrescherà oltre una cinquantina di chiese.
Stanco di ‘viaggiare’ per lavoro, ritorna a Soave, ottiene uno studio, un atelier tutto per sé. Lavora molto, all'inizio anche appoggiando stilisticamente la moda corrente, il liberty. Trova e nutre continua ispirazione e ritorna ai Suoi soggetti più cari: la maternità, la fanciullezza, la natura, il lavoro, l’uva, la vendemmia ed il Castello di Soave.
Il 13 dicembre del 1966, all'età di 83 anni, il pittore viene a mancare.
Nel 1967 il Comune di Soave gli dedica una via; nel 1971 Jole Simeoni Zanollo gli dedica una monografia.

RECAPITO POSTALE

Piazza Franceschetti, 1

frazione Roncone

38087 SELLA GIUDICARIE (TN)

Italy

 

upcristoacquaviva@gmail.com

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