LARDARO - PARROCCHIA DI SAN MICHELE ARCANGELO

Titolarità: CHIESA DI S. MICHELE ARCANGELO

Autore:  Maestranze comasche

Epoca: Attuale visione 1739 - 1742

 

(sintesi di testi vari, con integrazione di una scheda di rilevazione di Rossella Peretti e ricerca di Serena Bugna)

Descrizione e caratteristiche

Consacrata nel 1530.

Dall'esterno sobrio (ridipinto nell’estate 1988) si può rilevare il portale barocco. Separato dalla chiesa sulla destra si erge il campanile dalla tipica forma a torre, in parte affrescato. L'interno è a navata unica con quattro cappelle laterali nelle quali sono inseriti, affrescati, altrettanti altari. Nel primo altare a destra, inserito in una falsa cornice di stucco, vi è l'affresco dedicato a S. Michele Arcangelo. Il secondo altare è invece dedicato al Sacro Cuore. Il primo altare a sinistra contiene in una nicchia una statua rappresentante S. Giuseppe con Bambino mentre il secondo è dedicato alla Vergine del Rosario come si può notare dalla statua che ospita. Da rilevare parti lignee degli altari dipinte in modo da sembrare marmoree che offrono l'illusione di sontuosità e ricchezza dei "finti" altari.

Dell'altare maggiore è soprattutto notevole la balaustra lignea del presbiterio (da alcune fonti ritenuta secentesca e da altre settecentesca) dove sono scolpiti putti e altre figure. Sulla parete absidale di fondo è affrescata l'Assunzione. Ai piedi della Vergine due figure: un Vescovo e un santo (si può azzardare la supposizione: San Vigilio e San Michele Arcangelo). Il tutto inserito in un "finto" altare. Il pulpito ligneo policromo dorato presenta a sinistra una mano con crocifisso. Sopra ad esso nicchia con statua di S. Francesco con Bambino e alla stessa altezza sulla parete di fronte altra nicchia con Cristo crocifisso.

Alcuni approfondimenti storici

La chiesa di Lardaro è di origine medioevale, non ci è nota la data della sua prima costruzione, ma essa fu certamente una delle antiche cappelle della chiesa pievana di S. Giustina sorte già nei primi secoli dopo il Mille nei vari centri della Pieve di Bono.

La prima notizia documentata risale al 27 gennaio 1529 in cui appare già come chiesa dedicata a S. Michele Arcangelo. Il documento riferisce che nella casa comunale di Tione i sindaci di Lardaro, Simone Grotti fu Martino, Pietro Martinelli e Zanone Monte, stipulano con il tionese mastro Pietro Maraldi fu Giovanni dei Merzadri un contratto per la rifusione di una campana che s'era fessa.

In quell'occasione la comunità di Lardaro si impegna a fornire al fonditore il carbone e 6 carri di legna, Altre a versare 5 marceli per ogni peso di metallo fuso, pagando il bronzo con l'aggiunta di 20 lire per ogni peso. La consegna della campana dovrà avvenire nella solennità di Pasqua ed il relativo Pagamento alla festa di Ognissanti.

La consacrazione della chiesa - ma si tratta certo di una "riconsacrazione", dovuta a lavori di una sua ristrutturazione o ampliamento - avvenne l'anno seguente 1530. Fu eretta a curazia della Pieve di Bono il 1° settembre 1606.L'attuale edificio è invece il risultato dell'opera di ricostruzione condotta da maestranze comasche fra il 1739 ed il 1742. La nuova chiesa fu solennemente benedetta il 14 agosto 1746 e successivamente abbellita con affreschi di buona fattura sulla volta e sugli altari.Fino al 1824 il sagrato accoglieva il cimitero della comunità. Ce lo ricorda ancor oggi una lapide posta sul muro perimetrale ai piedi della torre campanaria: «CIMITERO S. MICHELE ARCANGELO DELLA COMUNITA' DI LARDARO FINO AL 1824. A PERPETUA MEMORIA. L'AMMINISTRAZIONE COMUNALE. A(nno) D(omini) 1989».

Il 13 gennaio del 1825 venne invece inaugurato il nuovo cimitero alla periferia del centro abitato con la sepoltura di Stefano Grotti di anni 83.

Nel 1869 si ha notizia di un pericoloso incendio che danneggiò notevolmente la sacrestia. Nel corso della prima guerra mondiale la chiesa subì ingenti danni, valutati nel 1919 in 88.000 lire italiane, pari a 40.000 corone austriache. Gli affreschi tardo settecenteschi della volta e degli altari furono poi restaurati dalla Sovrintendenza di Trento e Bolzano fra il 1919 ed il 1920. Anche il vecchio organo fu distrutto dai bombardamenti italiani. Esso era stato costruito nel 1850 dalla ditta G. Alghisio da Fonte Lezza (Como) ed era costato la somma di 1.145,50 fiorini (altri 612,56 furono spesi per la cantoria). Nel 1929 venne sostituito da uno nuovo della ditta Vincenzo Mascioni di Cuvio (Varese) con un costo complessivo di 43.898,20 lire. Merita di essere qui ricordato che per trovare il denaro necessario a saldare il debito contratto con il Mascioni, nel 1931 il parroco don Decimosecondo Ricca emigrò volontario in Argentina. Realizzato dopo lunghi anni il suo nobile scopo, mentre era ansioso dì tornare in patria fu invece bloccato dallo scoppio della seconda guerra mondiale a Tandil in Argentina, dove morì il 24 aprile 1945.

La chiesa di S. Michele fu eretta a parrocchia il 28 settembre 1912 e nel 1969 fu adeguata alle nuove norme liturgiche del Concilio ecumenico Vaticano II.

Nel corso dei secoli la chiesa fu amministrata con zelo da una lunga serie di curati e di parroci che via via la resero sempre più bella e consona alla sua funzione di luogo del culto della comunità. Ma all'abbellimento dei suoi altari, alla decorazione della sua struttura ed all'arricchimento delle suppellettili liturgiche si adoperò anche una lunga serie di massari, veri e propri amministratori dei beni della chiesa gelosamente custoditi. A tale proposito ci basti un solo esempio.

Il 18 ottobre 1544 il sindaco generale della Pieve, ser Filippo I Filippi da Praso, emanò una sentenza arbitrale nella lite fra i massari della chiesa di Lardare e certo Giovanni Giovannini da Agrone, aggiudicando a quella una servitù di passo per i prati di Bondaione. Ma un profondo spirito religioso animava la stessa Amministrazione Comunale, che nulla lasciava intentato per meglio giovare agli interessi della chiesa.

E' il caso ad esempio del 13 novembre 1588, quando i sindaci Stefano Monte fu Giacomo ed Antonio Bella fu Lorenzo vendettero a Giampaolo Monte fu Francesco un edificio «drio la casa che era del quondam Michel del Grotto», riservando al comune «un revolto» a pianterreno, verso un canone d'affitto di 20 scudi, per il pasto che i vicini erano soliti fare nella casa dell'acquirente in occasione delle Rogazioni.

Che poi la comunità di Lardaro vanti profonde radici nella fede cristiana è dimostrato dal fatto che da essa uscirono nel corso dei secoli numerose vocazioni sacerdotali e religiose. Elenchiamo qui di seguito i sacerdoti ed i religiosi nativi di Lardaro di cui si è conservata memoria, indicando per ciascuno l'anno o gli anni in cui si trovano documentati:

Don Martino Martinelli, curato di Cavedine nel 1572 e 1573;

Don Apollonio Grotti, curato di Lardaro negli anni 1606, 1626, 1656 e 1637;

Don Antonio Grotti, che nel 1626 rivestiva la carica di cappellano di Lardaro ed abitava nella casa comunale;

Don Francesco Guariento Grotti, curato di Lardaro dal 1709 al 1759;

Don Giacomo Bella, curato di Agrone nel 1762;

Don Tommaso Felice Bella, morto il 27 marzo 1768 all'età di 68 anni;

Don Giacomo Martinelli, curato di Lardaro dal 1772 al  1773, primissario nel  1793 a 68 anni e morto il 24 aprile  1807;

Don Paride Bianchi, vivente prima del 1779;

Don Gian Michele o Michele Bella, curato di Bersene nel  1762 e di Lardaro dal  1773 al 1775;

Don Rocco Martinelli, curato di Lardaro nel 1783 e 1785;

Don Carlo Martinelli,  curato della chiesa di S. Faustino di Ragoli nel 1789 a 34 anni;

Don  Giovanni  Battista Grotti,  morto il  13  luglio 1800 a 98 anni;

Don Giovanni Battista Martinelli, curato di Tiarno di Sopra nel  1789,  nel  1793 e infine nel 1803 a 54 anni d'età;

Don Antonio Martinelli, curato di Daone nel 1803 a 50 anni di età;

Don Francesco Bella, curato di Lardaro dal 1812 al  1845 e morto il  19 febbraio  1846 a 62 anni d'età;

Don Daniele Martinelli, morto il 15 gennaio 1848 a soli 25 anni;

Don Luigi Monte, morto il 3 gennaio  1895.

 

Oltre a questi sacerdoti, lo storese Padre Cipriano Gnesotti ci ricorda anche un paio di religiosi nativi di Lardaro, entrambi frati cappuccini e suoi confratelli.

Chierico Ludovico Martinelli, al secolo Battista fu Pietro, del quale lo Gnesotti nelle sue «Memorie delle Giudicarle» non si limita a riferire la morte, avvenuta a Vestone il 6 gennaio 1743 a soli 25 anni, ma aggiunge «in ottimo odore di probità particolare». Di costui tesse poi il seguente elogio: «Alla innocente sua vita, riputata di costumi angelici, accoppiò una continua mortificazione ed instancabile pazienza. Molti giorni prima di morire non parlava che dell'amor di Dio e del paradiso. Sorpreso dalla malattia, per desiderio di partire non manifestata, avvertita poi dal Superiore, fu visitato dal medico Comparoni, ma giunta era all'eccesso; onde nel terzo dì spirò dopo ricevuti i sacramenti, con alzati gli occhi e mani al cielo, dicendo a chiara voce: "Oh Madre Santissima, conducetemi in paradiso!", ed abbassate le mani e capo, tosto placidamente spirò».

Padre Francesco Grotti, che morì nel convento di Brescia nel  1753.

Inoltre, a conclusione di questi brevi cenni relativi alla chiesa di S. Michele, ritengo utile ricordare i nomi dei curati e dei parroci di cui si è trovata documentazione, con l'anno o gli anni in cui operarono a Lardaro:

1606,  1626,  1636-1637 - Don Apollonio Grotti di Lardaro, curato;

1626 - Don Antonio Grotti di Lardaro, cappellano;

1709 -  1759 Don Francesco Guariento Grotti di Lardaro; 1763 - Don Bartolomeo Pellizzari;

1772 -  1773 Don Giacomo Martinelli di Lardaro;

1773 - 1775 Don Gian Michele o Michele Bella di Lardaro;

1783 - 1785 Don Rocco Martinelli di Lardaro;

1789 e  1793 - Don Pietro Vedi di Fisto (Spiazzo Rendena);

1803 - Don Gregorio Oliana di Roncone;

1812 - 1845 Don Francesco Bella di Lardaro;

1851  - Don Luigi Baldracchi;

1858 - Don Stefano Belli di Condino;

1912 - Don Santo Orlandi;

1912 - 1931: Don Decimosecondo Ricca di Godenzo (Lomaso). Giunto a Lardaro col titolo di curato il 19 ottobre 1912, ne assunse quello di parroco il 6 aprile  1913 dopo l'erezione della chiesa di S. Michele Arcangelo a parrocchia in data 28 settembre 1912;

1931  - Don Vigilie Vidi di Pinzolo;

1931 - Don Leone Serafini di Bleggio;

1931  - 1934 Don Gerolamo Perugini di Piago;

1934 - 1937 Don Leone Serafini di Bleggio;

1937 - Don Carlo Calliari di Favrio (Fiavè);

1937 - 1950 Don Mario Dorigatti di Ceole (Arco);

1950 - 1953 Don Carlo Calliari di Favrio (Fiavè);

1953 - 1969 Don Vigilie Rigotti di Ranzo (Vezzano);

1969 - 1972 Don Cristoforo Bonomini di Storo;

1972 - 1976 Don Bruno Armanini dì Storo;

1976 -  1978 Don Aldo Pizzolli di Tuenno;

1978 - 1985 Don Vinicio Mussi di Roncone;

1985 - 1988 Padre Pietro Oliana S.J. di Roncone;

1988 - 1989 Don Enzo Biasioni di Vigolo Vattaro;

1988 - Don Bruno Ambrosi di Pergine.

Merita infine un breve cenno anche la figura di un laico benemerito della chiesa di Lardaro. Una nota comunale del 1858 ricorda infatti che l’«ottimo compatriota» Signor Pier Luigi Apolloni, professore a Cremona, aveva donato alla chiesa una statua della Madonna del SS.mo Rosario e pertanto ne progettava un'adeguata sistemazione sull’omonimo altare. Fra gli altri vi lavorò anche il "pittore" Carlo Trivella e le spese del restauro cominciarono a salire. Partecipata alla comunità la generosità dell'Apolloni, il curato don Stefano Belli ed il sindaco della fabbriceria della chiesa, Giovanni Michele Monte, raccolsero offerte per la somma di 66.52 fiorini.

Ma l'opera superò tale cifra di ben 40.29 fiorini. Essi presentarono allora istanza al Comune perché volesse concorrere al saldo dell'opera.

...seguono altre ricerche e testi di Serena Bugna

Introduzione

L'intitolazione dell'edificio sacro di Lardaro all'Arcangelo Michele farebbe supporre un'origine molto antica della chiesa, in quanto San Michele era il patrono della corte longobarda. E' interessante notare che la stessa dedicazione si riscontra anche nella chiesa vecchia di Darzo: Darzo e Lardaro sono situati ai due opposti imbocchi della valle del Chiese, in posizione strategica, quindi in passato potrebbero aver rivestito un importante ruolo di difesa del territorio. Mancano tuttavia i riscontri documentari e archeologici che possano far risalire l'origine delle due chiese all'epoca longobarda.

La chiesa di Lardaro viene nominata per la prima volta in un documento datato 7 aprile 1500, fu una cappella dipendente della Pieve di Bono fino al 1 ° settembre 1606, quando la comunità di Lardaro (dal 1560 autonoma rispetto a Roncone) ottenne l'erezione della chiesa in curazia. La chiesa divenne infine parrocchia nel 1912.

La struttura esterna

La chiesa deve i! suo attuale aspetto ai lavori di ricostruzione eseguiti tra il 1739 e il 1742 da maestranze comasche; l'edificio in origine aveva dimensioni minori e presumibilmente era orientato verso est (ora verso nord). Il campanile sorge in posizione isolata, di fronte alla facciata, sulla costa rocciosa che fiancheggia il lato orientale della chiesa. Il sagrato fino al 1824 ospitava il cimitero.

L'apparato pittorico

L'interno dell'edificio è decorato da pitture murali eseguite nel tardo Settecento: tali pitture sono presenti sulle volte della navata e del presbiterio e sui sopra-altari, al posto delle tradizionali pale dipinte su tela. In seguito ai danni provocati dai bombardamenti durante la Prima Guerra Mondiale, la decorazione pittorica venne restaurata tra il 1919 e il 1920.

Sulle volte del presbiterio sono raffigurate la Crocifissione, la Trinità e l'Arcangelo Michele, mentre sulle volte della navata sono presenti l'Annunciazione, la Natività, la Resurrezione, la Pentecoste e quattro angeli musicanti. Da notare, nella scena della Resurrezione, le fattezze di un volto dipinto sulla manica della veste del soldato addormentato sul sepolcro, probabile autoritratto del pittore.

Gli arredi

II dipinto murale dell'altare maggiore raffigura San Michele, San Giovanni Battista e la Madonna in gloria; anche l'altare laterale di Sant'Antonio da Padova e San Giovanni Nepomuceno presenta pala dipinta su muro, mentre quello di San Rocco e San Carlo dispone di un olio su tela, in parte lacunoso. La cappella della Madonna del Rosario ospita una statua lignea della Vergine col Bambino donata ne! 1850 dal lardarese Gian Luigi Appoloni, professore a Cremona. In occasione del dono la comunità di Lardaro raccolse dei fondi per restaurare la cappella e collocarvi dignitosamente la statua; i lavori vennero eseguiti dal pittore Carlo Trivella. Da notare che la cappella e l'altare del Rosario nella chiesa di Lardaro, e relativa confraternita, sono documentati già nel 1615.

Degni di nota sono la pila dell'acquasanta e il fonte battesimale: la prima, con fusto a colonna e basamento scolpiti in marmo bianco, porta incisa l'anno 1702 sulla base, mentre il secondo reca un'iscrizione frammentaria in cui viene riportata l'epoca di ottenimento del fonte, 1664.

Tra gli arredi della chiesa si nota il pulpito, decorato da intagli lignei vegetali dorati, al cui centro campeggia San Giovanni Evangelista; particolare insolito del pulpito è il trompe l'oeil costituito da un finto braccio sporgente dal bordo che impugna un crocifisso.

Le balaustre lignee

L'arredo più interessante della chiesa di Lardaro è costituito dalle due balaustre lignee, oggi reimpiegate come sostegno della mensa dell'altare maggiore in seguito all'adeguamento dell'edificio alle norme imposte dal Concilio Vaticano II nel 1969. Le balaustre, arricchite da telamoni e cariatidi, presentano basi con riquadri intagliati raffiguranti vari soggetti. 

Si possono riconoscere elementi vegetali, reali e non (un grappolo d'uva, un vaso di fiori, fogliami decorativi, un mazzo di frutta, un fitomorfo), animali (un cane dalla cui bocca esce un germoglio, una volpe o un lupo rivolto verso un volatile, forse un gallo, un insolito uccello, un leone rampante) sacri e mitologici (un calice con l'Eucarestia e un satiro) una torre merlata.

La presenza del leone rampante è stata interpretata come un'allusione allo stemma araldico dei conti Lodron, che avevano dei possedimenti nel territorio di Lardaro. Quest'ipotesi tuttavia non sembra attendibile in quanto il leone blasonato delia famiglia Lodron è rivolto a sinistra col muso frontale, mentre nella balaustra il leone rampante è di profilo e rivolto verso destra. L'elemento più caratterizzante dello stemma Lodron è infine la coda del leone, intrecciata nel cosiddetto nodo d'amore (a forma di 8) caratteristica non riscontrabile nel leone di Lardaro.

Le due balaustre, presentando parti lignee intagliate, sono state attribuite senza alcun fondamento al ronconese Giambattista Poiana. Oltre al fatto che di quest'autore, ritenuto a lungo ed erroneamente l'artefice della cassa d'organo e della cantoria della chiesa di Santo Stefano a Roncone (sulla cassa d'organo e la cantoria di Roncone) non si conoscono opere certe, è l'analisi dello stile a dirimere la questione. Dal punto di vista stilistico infatti le balaustre di Lardaro presentano forti analogie con la struttura dei pulpiti delle chiese di Spiazzo e Pinzolo. A tal proposito è significativo il confronto tra le cariatidi delle varie opere. La critica, data i due pulpiti entro il primo ventennio dei Seicento, mentre le balaustre, per la conduzione dei particolari decorativi, arricchiti da elementi fitomorfici, sarebbero di poco successive. Anche il dato cronologico smentisce quindi l'attribuzione al Poiana, morto nel 1700. Le opere lignee di Pinzolo, Spiazzo e Lardaro sono dunque opera di un'anonima bottega, plausibilmente locale, operante nelle Giudicane.

Con ogni probabilità le figure scolpite sulle basi delle balaustre di Lardaro seguono un preciso programma iconografico, in cui il sacro si mescola al profano, il reale alla fantasia, l'animate ai vegetale. Purtroppo oggi, complici anche rimaneggiamenti e sostituzioni, il significato della maggior parte di queste figure ci sfugge.

 

BIBLIOGRAFIA (per le ricerche di Serena Bugna)

  • Archivio parrocchiale di Lardaro - Archivio comunale di Lardaro (Pergamene n. 9 giugno 1615 - Antiche carte n. 34, 18 febbraio 1858)

  • Beppino Agostini,  La Pieve di Condino: vicende storiche e catalogazione del patrimonio artistico nel V centenario della ricostruzione, Storo 1995 (p. 27)

  • Franco Bianchini e Luciano Eccher, Immagini da salvare, Trento 1995 (pp. 27, 28, 92, 89, 94-95,

  • Planano Menapace, Gli apparati lignei, in I Madruzzo e L'Europa, catalogo della mostra di Trento e Riva del Garda 10 luglio-31 ottobre 1993, a cura di L Dal Prà (pp. 416-418, 432, 433)

  • Scultura in Trentino: il Seicento e il Settecento, vol. I-II, a cura di Andrea Bacchi e Luciana Giacomelli, Trento 2003 (p. 531 e pp. segg. – p. 550)

L’ORGANO NELLA CHIESA DI LARDARO - UNA GRANDE PASSIONE (di Remo Bella)

 

​           Durante la Grande Guerra in seguito ai bombardamenti andò distrutto l’organo voluto di comune accordo dalla comunità civile e religiosa nel 1849 ed installato l’anno successivo. Tutte le 84 famiglie di Lardaro (353 anime nel 1848) contribuirono secondo le proprie possibilità con generose offerte e la differenza venne coperta da contributo comunale. Curato locale era Don Luigi Baldrachi ( sic! ) della Pieve di Bono (1846-1852). Tale nuovo strumento della fabbrica Alchisio di Lezza, provincia di Como, costò in base al contratto fiorini 1.145,50 e la relativa cantoria f. 612,56. Il soffitto della medesima venne tinteggiato e fregiato dal pittore Trivela di Creto nel 1851.          Il 7 luglio 1900 vennero acquistate tre pelli per organo (f.4,66) e nell'agosto del medesimo anno il falegname Battista Bianchi aggiustò i mantici. Fino all’anno 1914 il Comune era solito pagare un contributo all'organista e ai tira mantici per il suono dell’organo in undici feste più solenni dell’anno. Come organista trovo menzionato un certo Antonio Scaja ( sic! ) nel 1890 e nel 1901, quando per esempio suonando nella festa di S. Michele e della Madonna del Rosario percepì 2 fiorini. Il medesimo era solito accompagnare con la musica anche le funzioni funebri. Una signora novantenne (Ida Viviani) mi ha riferito che nell’immediato anteguerra veniva a suonare l’organo nelle varie festività un certo Zulberti di Cimego.

    Quando il 22 dicembre 1918 il parroco, Don Decimosecondo Ricca ( 1 ), profugo dal 12 dicembre 1915 a Spiazzo Rendena e poi a Giustino, rientrò a Lardaro, cercò subito di rimediare ai disastri della guerra ( 2 ). I danni della Chiesa, campane e campanile erano valutati lire 88.000, pari a 40.000 corone del cessato regime ( 26 marzo 1919 ) In tempi diversi, grazie al costante interessamento del parroco, seguirono i necessari restauri e varie acquisizioni ( 3 ).

Con grande zelo Don Ricca si adoperò, tra l’altro, per l’acquisto di un nuovo organo, essendo un grande appassionato di musica tanto che sin dal suo ingresso in paese (in forma privata) la sera del 19 ottobre 1912 come vicario curaziale (parroco dal 6.4.1913 per la trasformazione della curazia in parrocchia) curò in modo particolare il coro impartendo inizialmente esercizi di solfeggio per poi insegnare la Messa tertia dell’Haller.
           Consulente intermediario il professore di musica Don Paolo Dalla Porta si stipulò l’8 settembre 1928 un contratto con la ditta Vincenzo Mascioni di Cuvio ( Varese ) per la fornitura di un organo di dodici registri reali su due tastiere di 58 tasti e pedaliera di 27, come da progetto 14.6.1928 corrispondente alle indicazioni del suddetto professore. Il prezzo stabilito per l’organo reso in opera, escluse le spese di trasporto, vitto, alloggio agli operai montatori era di lire 36.600. Per successiva richiesta di facciata in stagno 87% ( L 2.000)  e per il trasporto a mezzo camion ( L 1.470) il costo salì a 40.070 lire. Aggiungendo le spese accessorie di L 1.304,25 pagate a diversi, le spese subite dal parroco pro organo ( L 644,35) e le spese di collaudo ( L 1.879,70) si raggiunse un costo complessivo di L 43.898,20. Si riteneva di coprire tale rilevante importo con l’indennizzo danni di guerra ( in data 23.8.1929 vennero riscosse dal Ministero Lavori Pubblici 21.600 lire come determinato dall’Ufficio danni di guerra) ed il resto a mezzo di colletta. Annotò in proposito Don Ricca in data 28 aprile 1931: “ …il che finora non è ancora riuscito, non però per colpa o noncuranza mia, ma a causa specialmente della mancata parola di diversi che avevano promesso, ma non mantenuto la parola e in causa anche della forte crisi che infierisce in generale. … ”. Per la raccolta di offerte in data 15 novembre 1928 il parroco rivolse un pressante appello scritto al popolo  - vi era raffigurato in primo piano l’organo – ed il 26 febbraio 1929 spedì 332 lettere – supplica manoscritte, per offerte pro organo e Chiesa a tutti i possibili benefattori in Italia e all'estero (Lardaresi per il mondo ed istituzioni varie). In breve, negli anni 1929-30, l’importo totale delle offerte pro Chiesa e organo fu di L 4.304,10 ed è da rilevare che la grande maggioranza dei destinatari non contribuì, anche se certuni risposero lodando l’iniziativa, asserendo però di non poter versare un contributo, a volte con futili motivazioni.
           Nel giugno del 1929 venne installato il monumentale organo del peso complessivo di 30 quintali e la domenica del 23 giugno venne inaugurato. I festeggiamenti però si ebbero il giorno del collaudo, il 28 luglio 1929, con grande intervento di popolo ( circa un migliaio i forestieri). Il programma prevedeva Vespro cantato alle ore 14.00 e alle ore 15.30 un concero di Organo solo con brani di G.S. Bach, P. Scarlatti, G. Haydn, G. Lernmens, A. Guilmant, L. Boëllmann, dello stesso A. Bossi ed esecuzioni di canto ( coro parrocchiale) coll'accompagnamento di organo ( Kyrie e Gloria della Messa gregoriana Cum iubilo ). Esecutori il maestro Adolfo Bossi, primario organista del Duomo di Milano ed il M. R. Don Paolo Dalla Porta, professore di musica in Trento. Costoro scrissero, tra l’altro, nell'atto di collaudo: “ … La parte meccanica merita speciale encomio per l’assoluta precisione, prontezza, scorrevolezza e silenziosità, qualità queste, preziosissime, che rendono l’istrumento ideale per una buona esecuzione.
            Il materiale impiegato per tutte le parti dell’organo tanto in legno quanto in metallo, appare sceltissimo, e la lavorazione accuratissima, per cui lo strumento si presenta anche in linea estetica, elegantissimo. …  Il concerto di collaudo… ha messo in evidenza le magnifiche risorse e le sue belle e varie voci. Da prova fatta, lo strumento si presta mirabilmente anche ad accompagnare i vari canti della Chiesa.
            Il merito principale della bella spesa compiuta spetta allo zelo indefesso del Reverendissimo Parroco Don Decimosecondo Ricca, al quale i sottoscritti pongono le loro vive congratulazioni ed una parola di schietta lode la tributano all’on. Ditta costruttrice Cav. Vincenzo Mascioni di Cuvio, ritenuta vero vanto dell’arte organaria italiana. …” .
             Nel descrivere la festa per il collaudo Elena Filosi di Strada scrisse in data 31 luglio 1929: “ …Ben presto il paese rigurgitò di gente. Da ogni punto della vallata affluiva popolazione allegra e vivace, clero ed autorità. … Alle dieci incominciò la solenne Messa gregoriana Cum iubilo ufficiata da Mons. Depellegrini, ed egregiamente cantata dal molto ben affiatato coro parrocchiale, mentre il bellissimo lucente organo suonato dal Prof. Dallaporta, accompagnava con la potente voce maestosa. Lo stesso Mons. Depellegrini pronunciò il discorso d’occasione, in cui inneggiò al nobile, religioso strumento ed alla musica, che eleva a Dio e ce ne fa maggiormente sentire l’esistenza, la vicinanza e la potenza. …” .
              Merita segnalare qualche passo del lungo e dotto sermone pronunciato dal parroco Don Ricca in occasione del collaudo: “ … nel celebrare l’inaugurazione il vostro pastore non vuole che noi abbiamo ad assister ad una semplice festa d’arte, vuole che la nostra sia una festa delle più belle armonie del genio e della fede, dei suoni e delle anime, affinché dalla sublime musica del tempio noi impariamo quali debbano essere le armonie della vita. … . Ebbene tutte queste voci della natura, … , si danno convegno nel tempio e vogliono entrare nel canto di lode, che il nostro culto offre al Dio vivente: queste voci l’organo, lo strumento perfezionato, possente e meraviglioso le accoglie tutte. Loro donano delle modulazioni più perfette, quelle dell’arte che è … secondo la parola di S. Agostino, imitazione e ragione. … . 
               I filosofi pagani stessi dicevano che la musica è divina e per la sua origine e per la sua destinazione, ed i pensatori cristiani non hanno rigettato questa religiosa credenza. … . … . Dio non ci ha donato la musica, che per cantar le sue lodi. Di modo che se l’uomo venne dotato della parola per le relazioni con le creature, il canto gli venne accordato per le sue relazioni con Dio. … . S. Paolo trova insufficienti le parole umane per lodare Dio come si conviene ed esorta i fedeli ad elevare inni e cantar in suo onor. S. Giovanni nell'apocalisse ci mostra gli angeli che cantano e toccan strumenti meravigliosi protesi verso il trono dell’Altissimo per glorificare le bellezze e le bontà. … . Nessun istrumento ha il suo aspetto imponente, nessuno l’eguaglia in estensione, in fragore, in potenza. Una moltitudine di voci escono una dopo l’altra o tutte insieme, dal suo vasto fono. Non vi si odono quei suoni che sotto le mani frementi dell’artista eccitano le passioni e mettono la febbre ai sensi, perché bisogna che l’anima tranquilla si liberi dal suo involucro carnale per salire verso Dio per mezzo della preghiera. … L’organo prega per invitarci a pregare. … . L’organo canta per insegnarci a cantare, per invitarci ad aggiungere l’armonia più nobile e più espressiva delle nostre parole all'armonia dei suoni. … Dobbiamo elevare quindi la nostra voce per cantar le lodi sacre. … Avvezziamoci a cantar assieme all'organo, ricordando come duca S. Agostino “che chi canta prega due volte”. … . 
              Ed ora, o organo, o re degli strumenti musicali finisco lasciando la parola a te: tu canta e prega: canta per accompagnarti alle nostre voci e prega per associarti ai nostri dolori, canta per la natura, per le arti e per le anime, prega per tutti, per i vivi e per i morti. Canta per celebrare le benemerenze del pastore e del popolo che ti vollero, dell’artefice che ti costruì, dell’artista fine e geniale che sprigiona da te le armonie ineffabili e, prega per quanti col concorso e con l’obolo hanno reso possibile la tua erezione. Canta le glorie della Chiesa … e prega … finché tutti arriviamo al grande Te Deum dei nostri futuri immortali trionfi ”. 
              Il contratto prevedeva il pagamento dei tue terzi dell’importo il giorno del collaudo, ma risulta che il Mascioni ricevette L 20.600 come acconto in tre rate dal 15.6.1929 al 9.7.1930. Restava quindi un debito nei suoi confronti di L 19.470 e verso il parroco di L 644,35. Don Ricca con lettera, datata 27 gennaio 1931, fece presente al Mascioni che non poteva pagare tale debito: “ … Lei non crederà ma è purtroppo vero … che io fui ingannato per diversi motivi dal giugno 1930 fino ad oggi per ben 24.000 lire!!! …” e promise di saldarlo personalmente scongiurando che  venisse tolto l’organo dalla Chiesa come minacciato.
              Qualche giorno dopo il Rev. prof. Paolo Dalla Porta, sollecitato dal parroco, si incontrò con il Mascioni e lo convinse a non asportare l’organo, assicurando che Don Ricca, da lui conosciuto molto bene da anni, avrebbe mantenuto la promessa di pagare personalmente il debito con l’interesse pattuito del 6%. Ecco allora che tale esemplare Sacerdote, non pensando ad alienare beni mobili o immobili della Chiesa, maturò l’idea di lasciare la parrocchia e di emigrare per poter soddisfare l’impegno preso. Annotò in un suo memoriale, datato 28 aprile 1931 e sottoscritto pure dai fabbricieri Annibale ed Ettore Bianchi: “… Perché però il paese non venga sottoposto alla dura prova di vedersi condur via l’organo ecco che il sottoscritto coll'approvazione delle Autorità ecclesiastiche di Roma e di Trento e anche da parte civile a 60 anni compiti si decide di andare nell'Argentina per il periodo di tre ( 3 ) anni per rimediare a tutto il debito che rimane impagato ancora, fatto per il decoro della Chiesa. … Il sottoscritto sacrifica la vita per raggiungere il suo nobile scopo, non potrà realizzarlo, allora sarà il caso di ripetere tamen laudanda voluntas perché se non lo può dovrà ascriversi a forza maggiore. … I debiti che restano da pagare non sono miei personali ma fatti per il decoro della Chiesa e colla sicura speranza di poterli pagare con colletta, … . E ciò mi pare che basti per dimostrare almeno la buona volontà in caso di non riuscita. Amen. A.M.D.G. ”. 
              Don Decimosecondo Ricca partì da Lardaro alla fine di giugno del 1931, lasciando sul conto Chiesa un avanzo cassa di L 184 ed il 4 luglio si imbarcò sul vapore Duilio per raggiungere Ronca, in Argentina nella diocesi de La Plata ove aveva una sorella di anni 82 e numerosi nipoti e pronipoti.
              In seguito alla crisi economica che attanagliava pure l’Argentina, non fu facile per Don Ricca racimolare il denaro necessario per pagare il debito con gli interessi ma alla fine, coll'aiuto di Dio, riuscì nel suo nobile scopo ( 4 ). Quando sembrava imminente il suo rientro in patria, lo scoppio del conflitto mondiale glielo fece procrastinare, non potendo così veder realizzato questo suo ultimo desiderio, perché il 25 aprile 1945 la sua anima ritornò al Dio che aveva tanto amato mentre esercitava il suo ministero nella parrocchia di Tandil  ( Argentina ) ove fu popolarmente chiamato “ Padre de los pobres ” per il suo zelo nell’ apostolato, per virtù sacerdotale e per carità cristiana ( 5 ).
              Nel marzo 1959 il parroco Don Vigilio Rigotti fece applicare all'organo dalla stessa fabbrica Mascioni un elettro ventilatore speciale della portata di M 3    20 al I° con motore trifase di H P.1, completo di sordina, valvola regolatrice automatica, borsa ammortizzatrice e condotta di innesto al mantice, ecc., per un costo preventivato di L 90.000 più I.G.E. .
             Come organisti abituali nelle Sacre Funzioni ricordo per conoscenza diretta e indiretta il maestro Giovanni Martinelli, Lia Viviani, Livio Viviani ed il geom. Luciano Viviani, che da venticinque anni presta gratuitamente servizio, come ha ricordato il parroco Don Enzo Biasioni durante la S. Pasqua di quest’anno ( 27.3.1989). Anche i parroci Don Decimosecondo e Don Vigilio nelle belle feste accompagnavano le Sacre Funzioni con l’organo per la contemporanea presenza di un frate o di un missionario addetto alle celebrazioni liturgiche. 
           Installato il nuovo organo, il Comune non riprese la vecchia usanza di pagare un contributo all'organista e al tira mantici.

NOTE:

1)    Don Decimosecondo Ricca, nato a Godendo nel giugno 1871, ordinato sacerdote il 10 luglio 1896, fu cooperatore a Fondo in Valle di Non ( 9.10.1896 – 31.1.1903), cappellano degli Italiani a Innsbruck ( 1.2.1903 – 19.10.1912 ), vicario curaziale di Lardaro dal 19.10.1912, indi senza interruzione parroco dal  6.4.1913.
2)    Si prodigò nell’aiuto alla popolazione danneggiata della “zona nera”, che fiduciosa correva da lui, non solo dal paese di Lardaro, ma dai diversi paesi circostanti, per domandare consigli ed aiuti che non furono mai negati.
3)    Contribuì di tasca propria con diverse migliaia di lire in numerose iniziative per il decoro della Chiesa: portale maggiore, campane, orologio, altari, coro, bracciali luce elettrica, banchi, baldacchino, pianete, stole, messale, argenteria, nuovo crocifisso, ostensorio ecc. . 
4)    Nel 1922 andando in Argentina a trovare i suoi familiari ( fuori servizio dal 18.4.1922 al 28.10.1922, sostituito dal Padre cappuccino Benedetto Brunner ) in quattro mesi guadagnò 8.000 lire solo con la celebrazione della S. Messa.
5)    In virtù delle grandi benemerenze acquisite dal Sac. Decimosecondo Ricca nella comunità di Lardaro e dei sacrifici compiuti per essa, lo scrivente, in qualità di consigliere comunale, aveva presentato il 23 luglio 1984 una mozione con la proposta  “ …di ricordarlo con la dedica di una via o piazza del paese che indefessamente ha percorso per circa un ventennio. … ”. Posta all’o. d. g. della seduta del Consiglio comunale del 14 settembre 1984, l’assemblea esaminò e respinse tale proposta ( 2 favorevoli, 2 contrari e 7 astenuti ) in particolare per l’anticlericalismo di certuni. 


Pubblicato sul bollettino “ Pieve di Bono – Notizie ”, autunno 1989.

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