Chiesa di S. Stefano in Roncone - interni

L’organo (...prosegue dalla ricerca di Emanuele Mussi - febbraio 2013)

Passiamo all’interno della chiesa e, in dettaglio, osservaziomo le opere d’arte e di decoro. Affrontamo la loro descrizione in ordine sparso, secondo l’importanza artistica che è stata attribuita dagli esperti.

Iniziamo dall’organo, croce e delizia degli esperti d’arte degli ultimi tempi. E’ considerata la più bella cassa d’organo di tutta la provincia e fino a pochi anni fa era stata considerata la più bella opera dell’intagliatore ronconese del 1600 G. Battista Polana. Ad attribuirgli l’opera era la tradizione popolare e tutti gli studiosi che ne avevano scritto in passato, (Lorenzi, Weber, Rasmo, Codroico. A lui si attribuivano anche altre opere, come il Coro dell’Inviolata a Riva, l’altare della chiesa di Carisolo e i due altari di una chiesa di Lodrone. Infine, tre altari della chiesa di Roncone ed altre opere, giudicate poco omogenee per lo stile.

L’autore dello scritto riguardante l’organo della chiesa di Roncone (Cattoi) nel volume Scultura in Trentino, contesta l'attribuzione (del sei-settecento) affermando che non vi sono prove certe che sia opera del Pollana  mentre ritiene corretta l'attribuzione ad un certo Pietro Dossena,  l’autore di una cassa d’organo molto somigliante a quello di Roncone nella chiesa dei Santi Faustino e Giovita di Sarezzo (BS).

Si sa per certo che sia il Polana che il Dossena erano stati allievi dello scultore Lorenzo Haili di Mantova e avevano lavorato per la bottega. Sulla osservazione circa la presenza di elementi di omogeneità stilistica, alla sua scuola vengono attribuiti i due organi, il coro dell’inviolata di Riva e molte altre opere in Trentino.

I Ronconesi preferiscono pensare che la mancanza di prove certe, non debba necessariamente  portare alla conclusione che l’organo non sia opera del Polana, affidanosi al "valore della tradizione locale".

Insieme all'organo si consideravano suoi anche due altari lignei della chiesa: quello del Santissimo e quello della Madonna, infine un terzo altare da tempo scomparso.

Giudizio stilistico

Il lavoro costituisce, secondo il parere degli esperti, l’avvento del barocco maturo nel Trentino occidentale: le figure scolpite seguono un programma teso a raffigurare la potenza della musica con figure dell’antico testamento. Davide, al centro della cantoria, effettivamente qualche cosa aveva a che fare con la musica, decisamente meno Sansone ed Ercole. 

L’insieme assume un carattere trionfale tipico del barocco: figure umane ad altezza naturale, profusione di carnose foglie d’acanto, che nascondono i putti con giochi di colore chiaroscuro.

Don Amistadi e don Bazzoli affermano che originariamente l’organo era situato dietro il crocifisso sul fianco sinistro della navata e che fu spostato nel posto attule nel 1795 (ma si pensa che i lavori avrebbero interessato solo lo strumento e non la cassa e la cantoria).

...altri cenni storici sulla Cassa d'Organo e la Cantoria della chiesa (ricerca e testo di Serena Bugna)

Originariamente l'organo era collocato sul lato sinistro della chiesa, dove ora c'è il pulpito. Nel 1795 il vecchio organo venne sostituito e in quell'occasione venne cambiata anche l'ubicazione dello strumento: il nuovo organo venne infatti collocato in fondo alla chiesa, dove attualmente si trova.

Conseguentemente allo spostamento, il complesso ligneo venne rimaneggiato: i pannelli del parapetto, precedentemente articolati su tre lati, vennero spostati e disposti su un solo piano, per coprire tutta l'ampiezza dell'edificio. 

In tale occasione altri pannelli intagliati, provenienti da una cantoria che, nel presbiterio, faceva da contraltare all'organo, furono aggiunti a quelli esistenti per ottenere una maggiore estensione del parapetto. Nel corso dello stesso l'intervento la statua di Davide, posta sulla sommità della cassa, venne spostata in basso al centro del pontile.

In tale occasione altri pannelli intagliati, provenienti da una cantoria che, nel presbiterio, faceva da contraltare all'organo, furono aggiunti a quelli esistenti per ottenere una maggiore estensione del parapetto. Nel corso dello stesso intervento la statua di Davide, posta sulla sommità della cassa, venne spostata in basso al centro del pontile.

Le figure scolpite seguono un preciso programma iconografico, che tende a connotare iconograficamente l'arredo: da notare in particolare la figura di Davide, cui tra l'altro sono attribuiti molti salmi, il quale secondo la Bibbia suona la cetra per tranquillizzare il re Saul (Samuele l. 14-23).

L'autore dell'opera

Per tradizione la cassa d'organo e la cantoria sono attribuiti al ronconese Giambattista Polana.

Nel suo testamento redatto nel 1692 (testamento rinvenuto da Silvio Lorenzi nel 1893) il faber lignarius Polana destinò parte dei suoi beni alla chiesa di Roncone per il mantenimento degli arredi lignei in opere di pittura, intaglio o doratura, istituendo così il Legato Intagliatore. Ciò ha fatto supporre che lo stesso Polana fosse l'autore degli arredi presenti nella chiesa, tra i quali la cassa d'organo e la cantoria.

In realtà non sono noti documenti che confermino la paternità dell'opera a Giambattista Polana, né si conoscono opere firmate o realizzate con sicurezza dallo stesso. L'unica notizia certa riguardo alla sua attività lo attesta a Mantova nel 1673 come garzone nella bottega degli intagliatori Lorenzo e Antonio Haili, originari di Fisto in Val Rendena.

In mancanza di documenti, è la questione di stile a dirimere la questione. Il restauratore Diego Voltolini ha notato delle affinità tra il complesso ronconese e la cassa dell'organo della chiesa dei Santi Faustino e Giovita a Sarezzo (Brescia), opera documentata dell'intagliatore bresciano Pietro Dossena, che lavorò nella chiesa tra il 1687 e i! 1698 circa. E' significativo a tal proposito il confronto tra l'Ercole saretino e quello ronconese. Pertanto si può concludere che Pietro Dossena sia l'autore della cassa d'organo e del parapetto della chiesa di Santo Stefano a Roncone.

Notizie su Giambattista Polana

La prima volta che il nome di Giambattista Polana appare nei documenti di Roncone è il suo inserimento nella confraternita di San Filippo Neri nel 1665. Considerando che l'affiliazione ad una confraternita di norma avveniva intorno ai 15 anni, si può ragionevolmente supporre che il Polana sia nato attorno alla metà del secolo.

Nel testamento del 1692, il Polana è definito falegname e intagliatore; altrove maestro e scultore; ma come già detto, l'unica notizia certa riguardo alla sua attività è la presenza a Mantova nel 1673 come garzone nella bottega di Antonio Haili.

Ad oggi infatti non sono note opere realizzate con sicurezza da Giambattista Polana; sappiamo che nella casa paterna del Polana era presente un soffitto intagliato rappresentante l'arca di Noè con animali, che venne però venduto a forestieri nella seconda metà dell'Ottocento; l'esterno della stessa casa era decorata da due mascheroni e da una cornice lignea composta da encarpi che racchiudeva un affresco, ma la casa, seriamente danneggiata dai bombardamenti durante la prima Guerra Mondiale, venne demolita, e con essa andarono distrutte tali opere (La casa fu poi ricostruita, e sulla stessa venne posta, attorno alla metà del Novecento un'epigrafe celebrativa dell'artista).

Silvio Lorenzi nel 1893 aveva proposto di ricondurre al Polana la cassa d'organo e la cantoria della chiesa di Roncone (opere ora attribuite con certezza a Pietro Dossena) e il vecchio armadio cassettone della sacrestia, decorato da intagli raffiguranti le quattro stagioni. L'armadio però, in cattivo stato di conservazione, venne venduto verso la fine del secolo 19°.

L'attribuzione avanzata dal Lorenzi si basava sulle informazioni contenute nel testamento del Polana ed era prudentemente formulata ed aperta a "prove per serietà superiori"; ma successivamente tale proposta attributiva è stata accettata senza riserve.

Da qui è nata una vera e propria montatura storiografica attorno alla figura di Giambattista Polana: a lui sono state attribuite, spesso senza alcun fondamento, varie opere lignee (oltre alla cassa d'organo, gli altari minori di Roncone, le balaustre di Lardare, l'altare di Carisolo...), nessuna delle quali però è riconducibile con certezza alla sua attività.

Questioni aperte

Da quanto detto, manca quindi un'opera capostipite grazie alla quale sarebbe forse possibile ricostruire il catalogo dell'artista. In realtà alcune opere documentate dell'artista potrebbero essere ancora esistenti, ma inedite. Alla morte dell'artista, avvenuta nel 1700 (sul luogo della morte si trovano informazioni discordanti: Roma e Mantova) venne redatto l'inventario dei suoi beni mobili ed immobili, con una nota dei debiti (Inventario del 23 settembre 1700 redatto dal notaio Bartolomeo Parolari di Brevine alla presenza dell'arciprete di Tione, Girolamo Carneri. Il testo, redatto in latino e in italiano, è pubblicato in Mussi).

Tra questi è da notare un debito nei confronti di un Giovanni Battista Salvadori "per viaggi fatti a Mantova", fatto che attesterebbe la continuità del legame fra il Polana (ivi documentato nel 1673) e la città lombarda, e quindi con la bottega di Antonio Haili (che vi rimase fino al 1692).

Ciò che maggiormente interessa in questa sede è la lista degli effetti personali presenti in casa dell'artista dopo la sua morte, tra i quali sono elencati, tra gli altri "una cassa di noce intagliata... un oratorio intagliato, una santa Lucia in statua indorata... un paro Angeli compiti, un altro paro con le trombete non compiti... una credenza intagliata, un tavolino con pedi intagliati... Nella bottega: quatro putini in statua nudi senza brazza".

Di questi effetti, all'arciprete Carneri andarono gli "angeli intieri", quelli incompiuti al notaio, mentre il tavolino fu destinato al Rettore di Roncone. Gli altri beni rimasero invece a Domenica Polana, nipote di Giambattista e, come previsto dal testamento, usufruttuaria degli stessi fino alla morte. Dopodiché i beni sarebbero passati alla chiesa di Santo Stefano di Roncone.

È naturale pensare che le opere d'intaglio inventariate siano opere autografe dello stesso Polana, come naturale pensare che qualcuna di esse, passate di proprietà alla chiesa, possa essere sopravvissuta fino ad oggi. Il pensiero va subito alla statua di Santa Lucia conservata nella chiesa della Disciplina.

Ulteriori approfondimenti e verifiche potrebbero dunque rivelare fondamentali informazioni sull'attività di Giambattista Polana e rappresentare quindi il punto di partenza per ricostruire il catalogo delle sue opere.

 

BIBLIOGRAFIA (per le ricerche di Serena Bugna)

-      Giovan Battista Bazzoli, Roncone nelle Giudicarle illustrato, Trento 1912 (pp.70, 72, 73-77, 105, 106, 108-110)

-      Santo Amistadi, La chiesa di S. Stefano in Roncone, Tione 1952 (pp.12-24, 35-43)

-      Scultura in Trentino: II Seicento e i! Settecento, vol I, a cu-II, a cura di Andrea Bacchi e Luciana Giacomelli, Trento 2003 (pp. 530, 531-535, 551 - edito in Mussi 2007, pp. 55-57).

-      Danilo Mussi, Giambattista Polana intagliatore di Roncone, Tione di Trento 2007(pp. 24, 29, 30, 55-56, 60-67, 69)

(cliccare sul link per leggere)

Ultimo restauro del 2018

L'opera di restauro dello strumento, pulitura e accordatura, è stata condotta a termine il 30 ottobre 2018 dalla ditta Mascioni di Azzio (VA) - sotto l'elenco dei documenti e delle immagini inerenti il  progetto e i lavori effettuati:

>> Relazione fine lavori

>> Rilievo fotografico prima dei lavori

>> Rilievo fotografico a fine lavori

>> La locandina per il concerto d'inaugurazione del 14 ottobre 2018

Le Tele, gli Affreschi, i Marmi, gli Stucchi.

(...prosegue dalla ricerca di Emanuele Mussi - febbraio 2013)

la Pala del Santissimo

Altra opera di pregio di autore ignoto. È opera della fine 500 e rappresenta una adorazione del Santissimo Sacramento con angeli e Santi, nella parte alta sono rappresentati gli strumenti della passione.

Nel volume I "Madruzzo e l’Europa” edito dalla PAT e dal Castello del Buon consiglio si scrive: Il nesso fra il sacrificio di Cristo sulla croce e l’ostia consacrata, qui affiancato dal richiamo della Vergine e dei Santi è espresso nella bella tela tardo cinquecentesca di S. Stefano di Roncone.

Come riporta un’iscrizione nella targa posta sulla cornice, la pala era stata acquistata e posta nell’anno 1640 grazie alle elemosine raccolte fra i confratelli della confraternita del Santissimo che rimase in vigore fino agli anni 60 del 1900. L’iscrizione recita: Hoc opus Sanctissimi Sacramenti factum fuit instante domino Paulo Pollana ipsius ecclesiae Rectore de elemosinis collectis per confratres ipsius scholae, anno Domini 1640.

Dietro la pala, in una nicchia, vi è una statua del Sacro Cuore del 1800, proveniente dalla val Gardena

La pala di san Filippo

Periodicamente, a ricordo dell’antica dedicazione dell’altare, davanti alla statua di San Filippo viene calata la pala di Sant’Antonio Abate e San Giovanni Nepomuceno. Si tratta di una oleografia Alinari di scarso valore artistico.

Il quadro della deposizione

Sul lato sinistro dell’abside è una copia, non si sa di quale epoca, della tela di Luca Giordano ( Napoli 1634-1705: lavorò a Venezia dal 1652). L’originale è alle Gallerie dell’Accademia di Venezia: durante il periodo che decorre dalla fine del 1600 alla prima metà del 1700, fu il quadro ispiratore per altri pittori, dall'identico tema.

La Deposizione di Luca Giordano (cliccare per leggere del dipinto originale a Venezia e la citazione della copia nella chiesa di S. Stefano a Roncone)

I due quadri ai lati dell’organo

Uno è del 1630, chiamato il quadro della peste. È firmato Nicola Gristani de Turino.

E’ interessante perché rappresenta in modo inequivocabile, il modo di pensare alla peste come ad un castigo di Gesù, che è raffigurato in atto di scagliare i suoi fulmini, alla maniera di Giove. Accanto a lui la Madonna che prega e in basso i santi Rocco e Carlo Borromeo con il committente. Perfino gli angioletti intorno a Gesù sembrano avere un’aria minacciosa e indicare i bersagli da colpire.

Un’altra scritta rivela il nome del notaio committente: Bonapace di Roncone. Ha valore più come documento storico che artistico.

La Pala dell'Altare Maggiore

Si tratta di altra opera d’arte che merita di essere citata, una Madonna assunta con santo Stefano patrono della chiesa e San Vigilio patrono della diocesi, il che potrebbe far pensare ad una commissione precisa della parrocchia. La pala è stata attribuita ad Alessandro Turchi detto l’Orbetto (Verona 1578- Roma 1649) un grandissimo pittore che ha lavorato a Verona, Venezia, e soprattutto a Roma.

L’Orbetto tratta la tematica sacra in modo severo con un carattere naturalistico deciso, mentre l’attività pittorica di genere profano esalta la bellezza femminile con spregiudicata libertà e accenti sensuali. Ed  è forse questa la ragione del gran successo presso il collezionismo privato.

Ha lavorato nella Sala regia del Quirinale, Villa di Mondragone del cardinale Scipione Borghese. Possedevano sue opere Il Richelieu , Mazarino e Luigi  XIV.

Turchi fu   autore  del rinnovamento, in direzione caravaggesca, della pittura veneta e veronese del primo Seicento, le grandi pale d'altare e i piccoli quadri di destinazione privata, lo stanno a dimostrare.

Questa pala è stata restaurata circa trenta anni fa ma recentemente ha avuto bisogno di un ulteriore ritocco a causa di muffe.

E' opnione comune che il riscaldamento della chiesa non abbia giovato alla conservazione, né dei dipinti, né delle opere lignee.

La cornice di marmo rosso di Francia e giallo di Castione sono attribuite agli scultori altaristi Ogna Paolo e Ogna Giovanni Francesco di Rezzato attivi nella seconda metà del 1700.

Tutti questi arredi con le loro linee  sempre curve e la ricchezza di particolari ornamentali si rifanno all’abbondanza decorativa del barocco  

Particolare della cornice

Notare che anche l’altare segue le stesse linee curve,  così pure il tabernacolo

Vista complessiva dell’Altare Maggiore

Altare del Santissimo.

E’ di legno intagliato del XVII secolo ed è uno dei tre che erano stati considerati opera di G. B. Polana. E’ il più antico ed il più bello dei quattro rimasti (e anche il più vicino alla completa distruzione da parte dei tarli). Tutti gli altari lignei sono stati oggetto di restauro e dorature da parte di Carlo Verra scultore di Ortisei  nel 1936.

Purtroppo circa quaranta anni fa sono stati depredati di varie parti da ladri di opere d’arte (si notano bene gli  angioletti e i vuoti).

Tutti questi tipi di altare si rifanno ai dipinti  chiamati “Capricci romani" di scuola bolognese e veneta della fine del    1600. e 1700

La mensa dell’altare del Santissimo

Altare di San Filippo.  

La primitiva dedicazione fu a Sant’Antonio Abate (1671) che venne ben presto sostituito da San Filippo.

Un sacerdote ronconese don Oliviero Olivieri (1615- 1691) dopo essere rimasto qualche anno in paese come insegnante, si trasferì a Venezia dove rimase a lungo sempre da insegnante (privato) presso una famiglia di nobili. Lì aveva acquistato la statua e, al suo ritorno, l’aveva regalata alla sua chiesa. Ogni anno la statuta veniva potata in processione il 26 maggio, ma anche nei casi di straordinaria siccità.

Gli emigranti a Venezia

È il caso ricordare che molti oggetti d’arte contenuti nella chiesa sono il frutto della raccolta di fondi  della “Cassa di Santo Stefano” istituita  da un altro sacerdote emigrato a Venezia alla fine del 1600: don Salvatore Salvadori, che oltre a fare l’insegnante privato era l’assistente spirituale della colonia dei ronconesi, emigrati in quella città per lavorare nei cantieri navali come maestri d’ascia. A differenza della maggior parte degli uomini che emigravano nella pianura padana come segantini, quelli dei cantieri veneziani non erano stagionali ed avevano maggiori possibilità economiche. Uno di essi era riuscito perfino a possedere un ben avviato negozio in città ed era padre di un altro sacerdote che nel 1700 risulta residente a Venezia.

Sono sicuramente provenienti dalla cassa di S. Stefano i busti reliquiari e i grossi candelieri che si usano nelle feste grandi.

Statua di San Filippo

Altare di San Carlo Borromeo

Era l’altare della Congregazione della Dottrina Cristiana che aveva il compito della promozione religiosa dei bambini e degli adulti. Ogni congregazione aveva la cura del proprio altare. Fu dedicata a San Carlo Borromeo perché il santo, che aveva partecipato da giovane al Concilio di Trento, aveva attentamente considerato le raccomandazioni riguardanti l’insegnamento della dottrina, promuovendola fin nella diocesi di Milano. La pala è un’oleografia Alinari. Anche a questo altare sono state sottratte due statue e due angioletti. Non esistono nicchie dietro la pala

Particolare dell’altare 1600

Altare ligneo della Madonna del Rosario.

Come si legge sulla targa posta sulla cornice (Pars lignea huius altaris a  sacello scholae discipline traslata et deaurata est a C. Verra anno domini MCMXXXVI) proviene dalla chiesa della Disciplina  ed è fra quelli attribuiti al Polana.

A differenza degli altri altari, ha due colonne tortili anch’esse tipiche del barocco. L’altare ligneo originale si era sfasciato ancora verso la fine dell’800, poi sostituito con uno di marmo, dello scultore roveretano Scannagatta di Rovereto - XX secolo (oggi ne vediamo solo la mensa).

La statua è opera di Giuseppe Moroder di Ortisei (1846-1939).

Ai lati dell’abside esistono quattro tele ad olio ovali, giudicate di scarso valore artistico, che rappresentano i quattro evangelisti. Sono del XVIII secol

Sul lato est del presbiterio una bella tempera di Matteo Tevini, la più curata di tutte quelle della navata. Osserviamo la forma delle finestre: le cornici interne a stucco ricalcano lo stile del resto della chiesa e sono del Tevini, mentre la pittura esterna a tempera è stata rinfrescata durante i lavori di restauro di 15 anni fa.

Osserviamo ora i medaglioni e altre tempere. Le stuccature e le pitture a tempera del presbiterio e della navata sono stati eseguiti dal pittore Matteo Tevini, oriundo Trentino, ma residente a Milano, già autore di altre decorazioni in diverse parti del Trentino.

Il fonte battesimale

La vasca di pietra ammonitica è stata catalogata del sec. XVII mentre la copertura di legno di noce intagliato è del XVIII secolo

La pila acquasantiera

Di pietra ammonitica rossa è datata 1686. Il gambo di pietra calcarea bianco è del XX secolo, mentre le cinque acquasantiere di pietra ammonitica rossa vicine alle porte sono state catalogate appartenenti al  XVIII secolo.

La chiesa e piuttosto dotata di paramenti sacri, dei quali alcuni di valore, in particolare un piviale del 1600. Di manifattura italiana della prima metà sec. XVII, il Piviale verde. Lo stemma della famiglia Madruzzo è inquartato con quello di una famiglia non identificata.

La confezione del piviale non è originale in quanto questo risulta essere stato rifoderato; il manufatto è stato donato alla chiesa nel 1633 dal principe vescovo Carlo Emanuele Madruzzo, in occasione della consacrazione della nuova chiesa rettorale.

Il calice del XVI secolo  potrebbe essere il primo calice adottato dopo l’istituzione della rettoria nel 1494.

RECAPITO POSTALE

Piazza Franceschetti, 1

frazione Roncone

38087 SELLA GIUDICARIE (TN)

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